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17 aprile 2026

ArteOlio, 3 milioni di aumento di capitale e altri 110 ettari di olivicoltura intensiva

La superficie coltivata in Maremma arriva a 800 ettari. L’olio fatto con criteri manageriali può essere un business e le banche ci credono.

Carlo Pellegrino
Le coltivazioni intensive di ArteOlio

Le coltivazioni intensive di ArteOlio

L’olivicoltura italiana rischia di morire di tradizione. È questa la diagnosi, cruda, da cui è partita l’avventura di ArteOlio nel 2019. Mentre il paesaggio toscano si punteggiava di oliveti abbandonati e la frammentazione polverizzava i margini, un gruppo di professionisti abituati a guardare i mercati attraverso la lente dei numeri ha deciso di invertire la rotta puntando sulla Maremma: qui l’olivicoltura, intensiva ma sostenibile, poteva rappresentare una sfida vincente. L’aumento di capitale da 3 milioni di euro, che porta la dote finanziaria complessiva a 45 milioni di euro, non è solo una notizia di cronaca societaria, ma il consolidamento di un modello industriale che punta a trasformare l’agricoltura in un’industria ad alta precisione. Con gli ultimi 110 ettari appena acquisiti, la società tocca quota 800 ettari distribuiti tra Roccastrada, Grosseto, Gavorrano e Piombino, diventando l’azienda più grande del settore in Italia.

Dalla consulenza alla terra: la genesi di un’impresa innovativa

L’idea non nasce tra i filari, ma nelle stanze della consulenza strategica. Riccardo Schiatti (con 20 anni di esperienza nel mondo dell’agricoltura) e Augusto Lippi, entrambi con un solido background in McKinsey, hanno individuato nell’olio extravergine d’oliva un asset sottovalutato e gestito con modalità anacronistiche. La sfida iniziale è stata importante: convincere gli investitori istituzionali e un pool di banche — tra cui giganti come Intesa Sanpaolo e Banco BPM, ma anche realtà locali come Banca Tema — che un progetto agricolo intensivo potesse avere un ritorno economico prevedibile. Il segreto è stato presentare non un campo di ulivi, ma una fabbrica a cielo aperto dove ogni variabile è controllata. ArteOlio è oggi un’azienda innovativa che ha saputo attrarre 18 milioni di investimenti, dimostrando che quando il business plan è solido, anche il settore primario può parlare la lingua del private equity.

Un’oliveta intensiva nella proprietà di ArteOlio in Maremma

Maremma, la scelta tattica di un territorio premiante

L’amministratore delegato, sette anni dopo, sorride nel ricordare come la selezione della location non sia stata dettata dal romanticismo ispirato dalla pur meravigliosa Maremma, ma da un’analisi rigorosa dei fattori produttivi. «La decisione si è basata su tre pilastri – racconta Schiatti – la disponibilità idrica, la qualità pedologica dei terreni e la facilità di fare business in un contesto sociale ricettivo. Ora siamo a 800 ettari. Questa scala non è solo un record dimensionale per l’Italia, ma la soglia critica necessaria per raggiungere l’efficienza produttiva e servire clienti internazionali che richiedono volumi costanti e standard qualitativi certificati».

Oltre il pregiudizio: l’intensivo nuova frontiera della sostenibilità

C’è un paradosso terminologico che l’amministratore di ArteOlio ci tiene a smontare: l’olivicoltura moderna, spesso etichettata come «superintensiva», è in realtà sostenibile almeno quanto quella tradizionale, secondo l’ad. «Se un oliveto abbandonato è un fallimento paesaggistico ed economico – spiega – l’impianto di ArteOlio è un ecosistema monitorato. La gestione del suolo e della biodiversità maremmana avviene attraverso una meccanizzazione spinta che riduce gli sprechi. Non si tratta di sfruttare la terra, ma di ottimizzarla, garantendo che l’attività agricola non sia un peso per l’ambiente ma una risorsa rigenerativa che produce valore e occupazione per le 20 persone attualmente impiegate».

La gestione dell’acqua: efficienza idrica contro lo stress climatico

In un’epoca di siccità cronica, l’irrigazione non è un optional ma una garanzia di resilienza. «ArteOlio – illustra l’amministratore delegato – utilizza sistemi a goccia controllati da centraline digitali che eliminano ogni spreco. Il dato economico è sorprendente: il consumo è inferiore ai 900 metri cubi per ettaro. E, monitorando costantemente le falde, l’azienda ha rilevato una stabilità dei livelli idrici anche nelle estati più torride. L’acqua viene portata esattamente dove serve, alle radici della pianta, mentre il resto del campo rimane inerbito, proteggendo il suolo dall’erosione e mantenendo un microclima favorevole alla biodiversità».

La sede di ArteOlio a Roccastrada in provincia di Grosseto

La tecnologia in frantoio: la rivoluzione della qualità organolettica

Uno dei miti che ArteOlio sta scardinando è quello del «metodo classico» come sinonimo di qualità. La realtà industriale dice il contrario. «La qualità è figlia della tecnologia – assicura Schiatti – Grazie a un frantoio di ultima generazione e a una logistica integrata, le olive vengono frante entro pochissime ore dalla raccolta, l’azienda è riuscita a farlo in appena un’ora. Questo processo ultra-rapido impedisce l’ossidazione del frutto e preserva i polifenoli. La digitalizzazione permette di controllare ogni parametro estrattivo in modo automatico, eliminando l’errore umano e garantendo un prodotto che non ha eguali in termini di costanza qualitativa rispetto alle produzioni frammentate dei piccoli frantoi tradizionali».

La filiera cortissima come vantaggio competitivo globale

Controllare tutto, dalla preparazione del terreno fino alla piantumazione degli olivi e all’imbottigliamento, è una scelta di integrazione verticale che garantisce un vantaggio competitivo rispetto ai grandi imbottigliatori. «Vogliamo posizionarci nella fascia alta del mercato internazionale, puntando a mercati come gli Stati Uniti, il Medio e l’Estremo Oriente. In questi contesti, il brand Made in Tuscany, oltre al Made in Italy, agisce come un moltiplicatore di valore». E la crisi internazionale? «Pesa sul costo del gasolio – prosegue il cofondatore – sui fertilizzanti fortunatamente siamo stati previdenti e almeno per quest’anno siamo coperti. E sui mercati dobbiamo aspettare: certo il Medio Oriente in questo momento è difficile anche solo da raggiungere».

Il ruolo di Verteq Capital e la mentalità manageriale

La presenza di Verteq Capital nel capitale sociale ha impresso ad ArteOlio un dna gestionale. Valerio Boccardi, fondatore di Verteq e vicepresidente della società, condivide con Schiatti la stessa matrice McKinsey. Questa sintonia permette di mantenere un’attenzione costante sull’efficienza operativa. «ArteOlio – precisa l’ad – non viene gestita come un fondo di investimento, ma come il risultato di una visione condivisa da circa sessanta investitori privati, tutti italiani, che hanno scommesso su un progetto industriale di lungo periodo, dove la terra incontra la finanza strutturata. Certo, la gestione è importante, perché se l’azienda non funziona prima o poi muore. Di morte naturale o economica».

Orizzonti futuri: diversificazione e consolidamento

Con 1,2 milioni di piante e una produzione a regime che supererà il milione di litri, ArteOlio non ha intenzione di fermarsi. «Alla quotazione in Borsa non abbiamo pensato – confessa l’amministratore – ma ulteriori ampliamenti e la diversificazione sono opzioni concrete. L’azienda sta esplorando settori complementari come la cosmetica di alta gamma derivata dall’olio, purché l’estensione del brand mantenga intatta l’identità agricola. La sfida per i primi anni sarà consolidare la rete commerciale in un contesto internazionale complesso».

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Carlo Pellegrino

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