Trentasei Comuni in Toscana sono ancora in cerca di una soluzione alla perdita dello status di comuni montani – e dunque, dell’accesso accesso ai fondi nazionali come il Fosmit (istituito con la legge di bilancio 2022), alle agevolazioni fiscali e alle deroghe sui servizi scolastici e sanitari. La nuova classificazione nazionale dei comuni montani disposta dal governo, nel frattempo, finisce sotto attacco con un fuoco di fila di ricorsi al Tar del Lazio contro il decreto attuativo della riforma 2025: e fra i 73 Comuni che a livello nazionale li hanno presentati ci sono anche quattro toscani. Si tratta di Buti, Montecatini Val di Cecina, Pomarance e Volterra: il territorio più colpito dal riordino è quello fra le province di Pisa e Livorno, con l’Isola d’Elba che rimane fuori.

Il tema è stato affrontato anche in Consiglio regionale, con una mozione, approvata coi voti della maggioranza di centrosinistra, che impegna ufficialmente la Giunta a intervenire presso l’Esecutivo nazionale per contrastare la ridefinizione dei criteri di accesso ai fondi per le zone montane. Con un emendamento è stato inserito l’appoggio e il sostegno da parte della Regione Toscana ai Comuni che hanno scelto di impugnare il provvedimento del governo di fronte al Tar. “Hanno ragione”, ha attaccato il governatore Eugenio Giani, secondo cui ci sono comuni che “come distanza dai grandi centri, e quindi come caratteristiche di isolamento in un contesto montano, sono messi molto peggio dei comuni accanto a Trento e a Bolzano”.
I nuovi criteri di accesso all’elenco dei comuni montani
Per i nuovi parametri del Dpcm, al netto delle superfici di laghi, lagune, valli da pesca, stagni, saline, sono montani i comuni che hanno almeno il 20% della superficie del territorio comunale al di sopra di 600 metri di altitudine sul livello del mare e almeno il 25% della superficie del territorio comunale con pendenza superiore al 20%; altitudine media pari o superiore a 350 metri e almeno il 5% della superficie del territorio comunale con pendenza superiore al 20%; altitudine media pari o superiore a 400 metri; altitudine massima pari o superiore a 1.200 metri; superficie pari o superiore a 300 metri sul livello del mare, per i comuni appartenenti a province con territorio interamente montano e confinanti con Paesi stranieri.
Sono classificati come montani anche i comuni con altitudine di almeno 200 metri che confinano esclusivamente con uno o più comuni che soddisfano almeno uno dei criteri precedenti, oppure con uno Stato estero, ma anche i comuni appartenenti a un gruppo di comuni tra di loro confinanti. Una definizione che finisce per ridurre l’elenco precedente: in Toscana, tuttavia, resteranno montani 113 Comuni su 149. Il criterio di scelta adottato dal Governo, secondo i Comuni ricorrenti, non è in grado di rappresentare la realtà concreta delle aree interne e appenniniche del Paese, dove la condizione di svantaggio non dipende soltanto da fattori geografici, ma da elementi ben più complessi e rilevanti: la distanza dai servizi essenziali, le difficoltà di accesso a sanità e istruzione, la fragilità delle infrastrutture, lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione.
“Per i Comuni esclusi servono gli strumenti delle Regioni”
Il centrodestra in Toscana difende la riforma, sottolineando che i Comuni esclusi “possono e debbono essere sostenuti dagli strumenti finanziari delle Regioni”, dice il consigliere regionale di FdI Alessandro Capecchi: “Fino all’intervento del governo rientravano tra i cosiddetti comuni montani, e quindi beneficiando di risorse che sarebbero dovute essere garantite esclusivamente ai comuni montani che manifestavano quelle peculiarità, comuni come Roma e Bologna con altimetrie medie di 67 e 82 metri”, ha affermato Matteo Zoppini, consigliere regionale di FdI. “Questo decreto è intervenuto per correggere ciò che non funzionava – ha aggiunto – e per investire seriamente nei comuni riportando anche il tema al centro del panorama nazionale”, ha detto, sottolineando che il fondo dedicato è stato portato a 200 milioni di euro.
Una cifra, quest’ultima, contestata dalla sinistra: “Il Mef ha detto che rispetto ai 200 milioni previsti ce ne sono 73, cioè il 63% in meno”, replica Massimiliano Chimenti, consigliere di Avs, che esprime dubbi anche sul riordino stesso, perché “nella classificazione attuale c’è anche Amalfi, c’è Sanremo”. La tesi è che la decisione di basare la “montanità” quasi esclusivamente su parametri come quota e pendenza media, in territori comunali dall’orografia spesso eterogenea, è una semplificazione che non restituisce la complessità dei territori. Prima, osserva il consigliere Pd Mario Puppa, “il criterio non era politico, ma era geografico: Lucca è una città, Capannori è una città, Camaiore è una città, ma le Sei Miglia, la Brancoleria, sono territori che hanno le stesse caratteristiche e criticità dei territori montani”.
Timori per gli incentivi alle imprese e alla residenza
“Il rischio è quello di aggravare le criticità esistenti, anziché ridurle, mettendo ulteriormente in difficoltà comunità che già oggi affrontano problemi di spopolamento e carenza di servizi”, accusa Andrea Marrucci, sindaco di San Gimignano e presidente di Ali Toscana. L’associazione delle autonomie locali di tendenza progressista, a livello nazionale, è da tempo in posizione assai critica verso le politiche del governo Meloni sulle aree interne: nei giorni scorsi ha promosso una conferenza stampa a Roma con un sindaco per ogni regione colpita dal riordino dei comuni montani, iniziativa a cui si è unito il Gruppo parlamentare del Pd con in testa la segretaria Elly Schlein. “Se l’obiettivo è combattere lo spopolamento delle aree montane questa è la scelta più sbagliata”, ha detto la leader Dem. Per la Toscana ha partecipato il sindaco di Volterra Giacomo Santi: “Non si tratta di rivendicare privilegi, ma di chiedere equità e coerenza nelle politiche pubbliche”, ha affermato.

Per i Comuni montani di oggi, secondo Ali, la perdita dello status comporta conseguenze concrete e immediate. I territori esclusi rischiano di perdere accesso a risorse fondamentali per lo sviluppo, a incentivi per le imprese e per i giovani, a strumenti di sostegno alla residenzialità e alla natalità. Non solo: la perdita delle deroghe previste per le aree montane può tradursi nella riduzione delle classi, nell’accorpamento degli istituti e, nei casi più critici, nella chiusura dei plessi scolastici, con un impatto diretto sulla vita delle famiglie e sulla sopravvivenza stessa delle comunità locali. La richiesta dei sindaci è dunque una revisione dell’attuale sistema di classificazione, introducendo parametri multidimensionali che tengano conto dell’accessibilità ai servizi, delle condizioni demografiche, delle infrastrutture e delle fragilità economiche e sociali, oltre all’apertura di un confronto istituzionale nazionale.
Leonardo Testai