Immagine creata con l'AI
Che cosa si può fare per reindustrializzare la Toscana, ferita dalla crisi della moda, dell’acciaio, dell’automotive e non solo? Chiamati a raccolta dall’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli nella sua “casa” in piazza Duomo, economisti, docenti universitari e politici hanno provato a delineare le azioni possibili per arginare la contrazione di ricchezza e di posti di lavoro qualificati che si è accentuata negli ultimi tre anni, di pari passo con la crescita del terziario “povero”.
La prima volta dell’Arcidiocesi
E’ la prima volta che la diocesi di Firenze affronta temi di questo genere, stimolata dal ‘Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana’ pubblicato dagli economisti Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto nel settembre scorso, prima delle elezioni regionali, e preoccupata dalla difficoltà delle aziende e dei lavoratori. “Vogliamo offrire una bussola per il discernimento – ha detto l’arcivescovo Gambelli – la dottrina sociale della Chiesa promuove il bene comune e la dignità della persona, e noi auspichiamo che da questo dibattito esca un percorso di innovazione e di sviluppo”.
Misure difficili da definire
Un percorso che è ancora in via di costruzione, alimentato da misure che diventano più difficili da definire via via che dall’analisi si passa all’attuazione concreta. “C’è bisogno di uno scatto, di una spinta e anche di un nuovo modo di collaborare tra soggetti diversi: la parola chiave è interazione”, ha sottolineato don Giovanni Momigli, direttore dell’ufficio Problemi sociali e lavoro della Diocesi, spiegando come la Pastorale sociale del lavoro, insieme col Censis, stia realizzando una piccola indagine per mettere a fuoco l’approccio al lavoro delle giovani generazioni, perché “ripensare le filiere produttive senza tener conto di questo aspetto è inutile”.
Le proposte dell’economista…
L’economista Marco Buti ha ribadito come il rischio della de-industrializzazione sia reale (“non un fenomeno passeggero ma strutturale”) e come per evitarlo serva stimolare la nascita di nuove industrie e di nuovo terziario avanzato, insieme col superamento dei colli di bottiglia amministrativi che bloccano i progetti e con l’accorciamento delle filiere produttive per non essere più così tanto dipendenti dall’estero.
…quelle dei prof universitari…..
Marco Bellandi e Annalisa Caloffi, docenti di Economia applicata all’Università di Firenze, hanno puntato il dito sulla necessità di innovazione organizzativa, e non solo tecnologica: le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, dovrebbero essere aiutate attraverso nuovi strumenti finanziari e team di specialisti che fanno checkup aziendali per riorganizzare i processi produttivi. “Qui sono fondamentali le partnership pubblico-privato”, hanno chiarito i prof, concordando sul bisogno di nuova industria. Bellandi pensa anche alla creazione di un parco scientifico-tecnologico, Caloffi a un nuovo rapporto con le aziende di servizi pubblici locali, che dovrebbero supportare le imprese nei processi di riciclo e di circolarità.
…e dell’assessore regionale
L’assessore regionale alle Attività produttive, Leonardo Marras, ha sottolineato come, più che parlare di reindustrializzare la Toscana, sia più corretto parlare di fermare il declino industriale. In che modo? I bandi regionali sulle filiere e sull’innovazione nella moda – ha ammesso Marras – non hanno dato i risultati sperati e anche “le politiche industriali regionali hanno dei limiti se mancano quelle nazionali”. E allora? Se sui servizi pubblici, oggetto della Multiutility toscana in faticosa costruzione, il giudizio è critico (“si parla delle forme e non dei contenuti” cioè di riciclo dei rifiuti, risorsa idrica e energia), sul trasferimento tecnologico verso le aziende uno spiraglio si apre: “Con fatica siamo all’ultimo passaggio per dar vita a un aggregatore – ha annunciato Marras – una piattaforma di competenze che possa dotare la Toscana di un ambiente per far avvicinare le piccole e medie imprese alle nuove tecnologie. Nutriamo speranze”. In Germania per il trasferimento tecnologico esiste un solo soggetto, non decine di operatori sparsi in mille rivoli. Ce la faremo?
Silvia Pieraccini