Un flashmob di protesta dei ricercatori precari del Cnr a Pisa
185 ricercatori del Cnr saranno stabilizzati in tutta Italia grazie ai fondi del Pnrr. Ma se si guarda alla Toscana, il dato si trasforma in una beffa. I numeri, scorporati territorialmente, descrivono una situazione paradossale che Mariacristina Gagliardi, referente del Movimento precari uniti Cnr per il territorio pisano, definisce «del tutto insufficiente».
I numeri della discordia: 7 posti per 250 candidati
In tutta la regione, a fronte di una platea di precari che da anni sostiene le attività degli istituti, i nuovi stabilizzati sono appena sette: 3 a Pisa e 4 nell’area di Firenze/Sesto Fiorentino. Un dato che stride con la realtà del territorio. Secondo i dati forniti dal movimento, infatti, sono circa 250 i ricercatori toscani che possiedono già i requisiti per l’assunzione a tempo indeterminato, avendo maturato almeno tre anni di servizio presso il Cnr, università o centri di ricerca pubblici.
«A livello nazionale i dipendenti con i requisiti per la stabilizzazione sono quasi 3.000, a fronte di 185 stabilizzati. In Toscana il rapporto è ancora più basso — spiega Gagliardi — Siamo davanti a numeri davvero modesti. Non è una soluzione definitiva, ma una misura insufficiente».
Pisa e Firenze le capitali del precariato scientifico
La Toscana ospita una densità di centri di ricerca tra le più alte d’Italia. L’Area della ricerca di Pisa è la più grande del Paese per estensione e numero di dipendenti, con circa 1.000-1.200 addetti totali e 16 istituti o sedi secondarie. Firenze conta tra i 600 e i 750 addetti, con una struttura altrettanto complessa.
In questo ecosistema, il precariato è diventato strutturale. Tra assegnisti, borsisti e ricercatori a tempo determinato, si contano circa 600 precari in Toscana: «Sono 400 a Pisa e 200 a Firenze — aggiunge Gagliardi — Di questi, più di un terzo ha già i requisiti per essere stabilizzato». Molti di loro non sono solo giovani all’inizio del percorso: «Certo — precisa la referente del Movimento — abbiamo neo dottori di ricerca tra i 30 e i 35 anni. Ma ci sono persone intorno ai 50 anni, con famiglia e figli, che aspettano da oltre 15 anni».
Il nodo del Fondo per gli enti di ricerca e il ruolo del Pnrr
Secondo Gagliardi «il Pnrr è stato un bene e un male allo stesso tempo». Se da un lato «ha permesso di attivare molti contratti a tempo determinato», dall’altro «ha aumentato il numero di precari senza garantire risorse per il futuro». La richiesta che arriva dal territorio è un aumento del Foe (Fondo ordinario per gli enti di ricerca), che attraverso il Ministero dell’Università e della Ricerca finanzia il Cnr.
«Il problema è che il Cnr non è riuscito a bandire posti per concorso per troppi anni — osserva la referente — Serve uno sforzo da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Ministero delle Finanze per aumentare i fondi ordinari ed evitare che tra cinque o dieci anni si debba ricorrere a un’altra manovra emergenziale».
Cento contratti prorogati ma non è la soluzione
La mobilitazione non si ferma. Già a dicembre, in occasione del 25° anniversario dell’Area di ricerca di Pisa, i precari avevano incontrato il Presidente del Cnr, Andrea Lenzi. «In quell’occasione — ricorda Gagliardi — era stata riconosciuta l’urgenza di avviare procedure di stabilizzazione, ma i numeri attuali restano lontani dal coprire il reale fabbisogno della ricerca toscana. Il rischio è che i contratti prorogati, circa un centinaio tra Firenze e Pisa, restino solo un palliativo temporaneo che non mette fine all’incertezza dei ricercatori».
Carlo Pellegrino