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02 febbraio 2026

Moda, l’illegalità cinese ora inguaia i committenti. Per Piazza Italia scatta l’amministrazione giudiziaria

Il gruppo napoletano sarà gestito per 1 anno da un amministratore nominato dal Tribunale per “bonificare” la filiera. Tutte le novità del provvedimento.

Silvia Pieraccini
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Se qualcuno si fosse chiesto “com’è possibile che quella maglietta di Piazza Italia costi così poco?”, ora la Procura di Prato dà una risposta. Buona parte dei capi di abbigliamento distribuiti dalla catena di fast fashion Piazza Italia con sede a Nola (Napoli), che ha negozi in tutta Italia e che nel 2024 (ultimo bilancio disponibile) ha fatturato 343,7 milioni di euro con 31,9 milioni di utile netto, viene confezionata da due imprese cinesi di Prato che sfruttano i lavoratori e li costringono a operare in condizioni disumane e in ambienti poco sicuri.

Arriva un amministratore nominato dal Tribunale

Per questo la Procura di Prato ha chiesto – e il Tribunale di Firenze ha concesso – l’amministrazione giudiziaria di Piazza Italia, una misura di prevenzione che prevede la nomina di un amministratore cui affidare la gestione dell’azienda con l’obiettivo di bonificare le attività inquinate e garantire trasparenza e legalità. Gli imprenditori cinesi che sfruttavano i lavoratori, invece, sono indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

L’accusa di aver colposamente agevolato lo sfruttamento lavorativo

Secondo la Procura di Prato guidata da Luca Tescaroli, il sistema ha consentito a Piazza Italia grandi margini di guadagno (il 300% rispetto ai costi di produzione, ipotizzano i magistrati). L’accusa – come già avvenuto a Milano dove nei mesi scorsi sono stati messi in amministrazione giudiziaria grandi marchi della moda come Armani, Dior, Valentino, Loro Piana – è quella di aver colposamente agevolato lo sfruttamento lavorativo attuato dalle due aziende cinesi che si sono succedute nel tempo allo stesso indirizzo. La “colpevole inerzia” e la “mancata vigilanza” si riferiscono al fatto di non aver mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle imprese terziste che impiegavano lavoratori in nero e sfruttavano clandestini per molte ore al giorno, pagandoli con compensi da fame, tenendoli a mangiare e dormire in ambienti fatiscenti. Uno scenario che a Prato è ben conosciuto, e che fino a oggi non si è riusciti a debellare.

La concorrenza sleale

L’ulteriore conseguenza di questo sistema illegale, segnala la Procura, è la distorsione del mercato: Piazza Italia ha potuto praticare prezzi anticoncorrenziali e ha potuto affermarsi sul mercato a scapito di altri operatori.

Nell’operazione ci sono tre “prime volte”

E’ la prima volta che la misura dell’amministrazione giudiziaria viene applicata a un’azienda di fast fashion. E’ la prima volta che viene applicata in Toscana. E’ la prima volta che viene chiesta da una Procura circondariale (e legittimata dal Tribunale della Prevenzione). “L’amministrazione giudiziaria è uno strumento importante da azionare per contrastare giudiziariamente in modo sempre più efficace lo sfruttamento lavorativo, anche con riferimento all’imprenditoria committente che ne beneficia”, afferma la Procura ricordando che nel territorio è ampiamente diffuso lo sfruttamento lavorativo ai danni di cinesi, ma anche di pakistani, bengalesi, africani.

La Cgil: chiamare in causa i committenti

Sull’amministrazione giudiziaria a Piazza Italia (disposta per 1 anno), interviene la Filctem-Cgil: “Le norme ci sono, serve la reale volontà politica di applicarle”, dice il sindacato. “Per contrastare illegalità e sfruttamento lavorativo è necessario chiamare in causa i committenti, quelli che danno lavoro ad aziende scorrette e che non si interessano delle reali condizioni in cui tali commesse vengono evase”.

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Silvia Pieraccini

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