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21 settembre 2026

Acqua, perdite ridotte al 37,8%. Mazzei: «Ora nuovi investimenti»

Grazie al Pnrr, in Toscana la dispersione nelle reti è scesa del 6%. Ma i fondi straordinari sono esauriti: il direttore dell’Autorità Idrica chiede un piano nazionale da 1-2 miliardi l’anno e il coinvolgimento dei privati.

Cristiano Meoni
Alessandro Mazzei, direttore dell'Autorità Idrica Toscana

Alessandro Mazzei, direttore dell'Autorità Idrica Toscana

Ora non bisogna mollare la presa. In Toscana, grazie ai fondi Pnrr, negli ultimi anni la situazione della rete idrica è migliorata e le perdite d’acqua sono scese dal 43,8 al 37,8%. Ma quei soldi sono finiti: il cambiamento climatico richiede una continuità d’interventi che solo uno sforzo straordinario pubblico-privato può assicurare. Di questo abbiamo parlato con Alessandro Mazzei, direttore generale dell’Autorità Idrica Toscana. 

Qualche anno fa lei disse che in Toscana serviva investire molti soldi nell’idropotabile per ridurre le perdite negli acquedotti e per collegare alla fognatura tanti centri abitati. A che punto siamo oggi, con queste opere, grandi e piccole, messe a terra per merito del Pnrr? 

“C’è stato un notevole miglioramento con la digitalizzazione e distrettualizzazione delle reti di acquedotto e abbiamo messo a norma fognatura e depurazione; inoltre, sono stati realizzati impianti di economia circolare per la gestione dei fanghi di depurazione. Ma ancora molto deve essere fatto per portare le perdite idriche a livelli accettabili e per rispondere alle nuove direttive europee sulla qualità dell’acqua potabile e sulle acque reflue”. 

Con gli investimenti finanziati dal Pnrr dunque la situazione è migliorata: è possibile avere qualche dato aggiornato? 

“Gli investimenti programmati per il periodo 2024-2029 sono classificati in base alle criticità di qualità tecnica. Per esempio, l’indicatore M1 riguarda le perdite idriche, su cui abbiamo investito il 34% dell’intera spesa degli interventi. C’è ancora molto da fare per ridurre le perdite anche se, soprattutto in alcuni territori, sono stati raggiunti risultati davvero importanti. C’è da sottolineare che nel 2019 le perdite ammontavano in tutta la regione al 43,8%, mentre nel 2024 il dato è sceso a 37,8%. Sono ottimi risultati, soprattutto se paragonati alle percentuali di perdite nazionali”. 

Lei però dice che molto deve essere ancora fatto: cosa manca? 

“Il Pnrr ha fornito risorse importanti al servizio idrico integrato. In questi anni abbiamo fatto uscire la Toscana dalle procedure di infrazione europee nella depurazione, che potevano concludersi con la condanna al pagamento di multe molto salate per i cittadini toscani da parte dell’Ue. Questo rischio è stato scongiurato, ma non dobbiamo metterci seduti – come si dice – Bisogna avere chiaro che c’è bisogno di ulteriori interventi e investimenti per garantire un futuro in sicurezza sia nel campo dell’approvvigionamento idrico sia in quello depurativo”. 

La sua visione è quella di una specie di anello acquedottistico toscano che possa portare l’acqua da dov’è a dove manca. Riusciremo a vedere questa autostrada dell’acqua? 

“Anche in questo campo i fondi Pnrr ci hanno consentito di avviare progetti importanti, che fanno parte di quel disegno strategico regionale: ad esempio finanziando parti importanti del progetto della Montagnola senese, che mette in sicurezza la Valdelsa senese e fiorentina. Ma, anche su questo piano, serve uno sforzo molto maggiore, che le sole tariffe non potranno sostenere”. 

Dunque servono altri soldi: ma dove trovarli? 

“Serve un piano nazionale che stabilmente destini ogni anno 1-2 miliardi di euro per finanziare grandi opere e infrastrutture idriche per rispondere al cambiamento climatico e alla crescente scarsità idrica”. 

Dati i pochi fondi pubblici, ci vuole una forte volontà politica per investimenti così ingenti: quali sono i motivi che dovrebbero spingere lo Stato a investire sulle infrastrutture idriche? E anche i privati dovrebbero fare la loro parte, ad esempio i partner industriali dei gestori? 

“Il Mediterraneo è un hub climatico mondiale, soggetto a sempre maggiori ondate di calore e a sempre minori precipitazioni adeguate a riempire le riserve di acqua. Quindi dovremo riuscire a mettere molte risorse finanziarie, e un grande sforzo di know-how progettuale e gestionale per realizzare grandi interventi strategici e rispondere ai cambiamenti climatici. In questo quadro, serve una forte governance pubblica che sappia pianificare e definire le opere da realizzare, e che sappia coinvolgere risorse e competenze private, con gli strumenti che la legislazione ci offre, a cominciare dalla partnership pubblico privata”. 

Sulla costa questi interventi finanziati dai fondi europei sono sufficienti o è necessario aumentare la produzione di risorsa idrica con i dissalatori? 

“I dissalatori sono una parte importante della strategia di risposta ai cambiamenti climatici. Se riusciremo a mettere in campo progetti in cui, grazie alle moderne tecnologie e alla autoproduzione di energia (ad esempio, con pannelli fotovoltaici), si riduce il consumo di energia elettrica di questi impianti, potremo rendere autosufficienti le coste toscane dal punto di vista idrico anche durante il picco estivo, utilizzando una risorsa virtualmente infinita, come quella del mare. Naturalmente, di pari passo dobbiamo fortemente ridurre le perdite delle reti di distribuzione, perché non ha senso produrre nuova risorsa idrica che poi viene dispersa in grande quantità lungo le reti di acquedotto”. 

Il dissalatore dell’isola d’Elba finalmente è pronto: può essere un modello da seguire per altri interventi? 

“Sì, è pronto. Al momento questo è il più grande dissalatore di acqua di mare italiano, ed è stato realizzato con le ultime tecnologie disponibili. Noi abbiamo spinto molto per la costruzione di questa opera strategica e pensiamo che la Regione, i sindaci e il gestore abbiano scelto una strada positiva portando a conclusione questo progetto. C’è da dire che se questa opera potrà garantire una certa sicurezza all’Isola d’Elba per il proprio sviluppo anche turistico, potrà anche alleggerire la pressione sulla falda della Val di Cornia, da cui dipende buona parte dell’approvvigionamento idrico dell’isola. Tuttavia, in Val di Cornia c’è da affrontare il tema dei metalli e dell’ingressione, cioè dell’avanzata del cuneo salino nelle falde e dell’ulteriore disponibilità di risorsa per far fronte alle punte estive di domanda. Ci sono progetti di nuovi impianti allo studio e su questi temi non è più rinviabile una pianificazione di medio-lungo termine ed un serio confronto con il territorio”. 

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Cristiano Meoni

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