Maiali di Cinta Senese al pascolo
L’allarme peste suina africana arriva in Toscana dopo l’abbattimento di 200 maiali, tutti quelli di un allevamento a San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia. Il drastico provvedimento è scattato dopo il ritrovamento di due carcasse di suini risultate positive al virus. La trasmissione della malattia ai suini domestici conferma la presenza del virus e la minaccia che rappresenta per il settore suinicolo, che conta circa 180-200mila capi e 1200 allevamenti. L’allerta era scattata il 26 giugno con l’individuazione del primo focolaio all’interno di un allevamento a Comano, in provincia di Massa-Carrara, e il diffondersi della malattia dimostra la reale pericolosità della situazione per tutto il comparto zootecnico. Ne è prova la nomina a commissario straordinario per la pesta suina africana di Giorgio Briganti, medico veterinario, direttore del dipartimento di prevenzione Toscana sud est: nomina firmata dal presidente della Regione Eugenio Giani.
Le misure di contenimento
A seguito della prima allerta nel Pistoiese, scattata a fine giugno per la morte di tre cinghiali selvatici positivi, ritenuti la probabile causa del contagio dei maiali dell’allevamento di San Marcello Piteglio, la Regione Toscana e le autorità competenti si erano già mosse la scorsa settimana per definire i primi interventi. Subito dopo la conferma della positività dei suini domestici da parte del Centro di referenza nazionale, il Ministero della Salute, la struttura commissariale e la Regione avevano attivato le procedure europee istituendo zone di protezione e di sorveglianza attorno all’azienda colpita. Queste disposizioni, decise nel corso dell’unità di crisi centrale d’urgenza del 10 luglio, puntano a bloccare i movimenti e a potenziare il monitoraggio attivo sul territorio. Il virus colpisce solo i suini e non rappresenta un pericolo sanitario per l’uomo, ma tra gli animali corre veloce ed è molto resistente.
La preoccupazione di Coldiretti Pistoia
Francesco Ciarrocchi, direttore di Coldiretti Pistoia, è sconsolato nel commentare l’abbattimento dei 200 maiali: «Sono misure previste dalle norme messe in atto dal commissario quando si rilevano questi casi negli allevamenti, pare che il contagio sia arrivato dai cinghiali». Alla domanda se non sia un controsenso abbattere tutti i maiali di un allevamento quando poi i cinghiali sono liberi di portare il virus altrove senza controlli, il direttore allarga le braccia: «Non è il momento di fare polemiche, ma è necessario che si imprima un’intensificazione importante dei controlli, dobbiamo creare una barriera contro il virus». L’apprensione nel mondo Coldiretti è grande: «Ci preoccupa moltissimo questa situazione, il virus statisticamente si muove di 30 o 40 chilometri ogni anno, occorre quindi intensificare le misure preventive a partire dal limitare la circolazione dei cinghiali, anche attraverso il depopolamento, per diminuire le probabilità di contagio».
Il rischio di propagazione alla Maremma
Duecento chilometri più a sud, in Maremma, anche Milena Sanna è preoccupata: «Il contagio potrebbe arrivare anche qui», evidenzia la direttrice di Coldiretti Grosseto, che lancia un appello forte affinché si intervenga con determinazione a difesa degli imprenditori: «Siamo preoccupati per il dilagare della malattia e ci attendiamo una risposta immediata dalla politica. Fermiamoci un attimo a pensare alla disperazione di un imprenditore, che rappresenta un’eccellenza della nostra regione, a cui sono stati abbattuti 200 maiali. Dobbiamo impedire che questo si ripeta».
Il pericolo per la Cinta Senese
Nel mezzo dell’avanzata del virus si trova il territorio di Siena, dove il Consorzio di Tutela lancia il grido d’allarme per la sopravvivenza della Cinta Senese dop, un’eccellenza di tutta la regione. Questa antica razza autoctona è fortemente esposta al rischio epidemiologico poiché viene allevata prevalentemente all’aperto, allo stato brado o semibrado nei boschi e nei pascoli toscani. «Siamo davanti a un pericolo reale, non più a un’ipotesi lontana – avverte il presidente del Consorzio, Nicolò Savigni – La Cinta Senese vive all’aperto, nei boschi e nei territori rurali della Toscana. È proprio questo legame con l’ambiente a renderla unica, ma oggi rappresenta anche un elemento di forte vulnerabilità. Un solo focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere irreversibilmente il patrimonio genetico della razza». Per questo il Consorzio chiede l’attivazione immediata del progetto per creare una riserva genetica protetta con un nucleo di 12 o 15 femmine e 3 maschi riproduttori in un sito isolato. Savigni è perentorio: «Basta nuove dichiarazioni di intenti, servono atti concreti. Il tempo delle valutazioni e dei rimpalli amministrativi è terminato. Domani potrebbe essere troppo tardi per salvare la Cinta Senese».
I numeri della filiera
Al 31 dicembre 2025, il sistema di tutela della Cinta Senese dop coinvolgeva 79 allevatori, 6 macelli e 18 imprese di trasformazione. Nel corso del 2025 sono stati certificati 3.135 capi macellati, pari a 617.423 chilogrammi di mezzene certificate, con un valore economico indicativo di 5,5 milioni di euro. Il rapporto dell’organismo di controllo evidenzia inoltre che gli allevamenti riconosciuti sono distribuiti in 8 province toscane, con la maggiore concentrazione nella provincia di Siena, che conta 24 allevamenti, seguita da Firenze e Grosseto, con 14 allevamenti ciascuna, per un totale di 52 delle 79 strutture riconosciute.
Carlo Pellegrino