Rifornimento di un mezzo pesante
Gli americani parlano di “rockets and feathers”, di “razzi” e di “piume”, per dire che in alcuni momenti i prezzi di un prodotto salgono alla velocità dei razzi e scendono a quella delle piume. Aumenti immediati, riduzioni graduali, e su questa diversa dinamica temporale si fanno margini economici.
In questi giorni di caro petrolio (ieri + 14% il Wti, + 8% il Brent) tutti ci siamo accorti che il prezzo alla pompa è cambiato. Secondo il Ministero delle imprese, in una settimana i prezzi medi nazionali sono aumentati di 9,2 centesimi per la verde in modalità self, fino a 1,76 euro al litro. I rincari sono maggiori per il diesel: +18,9 centesimi, fino a 1,91 euro al litro.
E’ l’effetto di quello che in economia si definisce “prezzo di sostituzione”. I distributori e le compagnie petrolifere spesso fissano il prezzo pensando a quanto costerà rifornire di nuovo i serbatoi, non a quanto hanno pagato il carburante già in deposito. Se quello del petrolio o dei prodotti raffinati sale oggi, il gestore sa che il prossimo carico costerà di più. E così, per evitare di vendere oggi carburante troppo scontato rispetto a quello che dovrà comprare domani, adegua subito il listino. Dal suo punto di vista il prezzo deve sempre riflettere il valore corrente della merce, non quanto è costata.
C’è anche l’altra faccia della medaglia. Vendendo a prezzi nuovi e più costosi il carburante che si è comprato settimane o mesi addietro a prezzi vecchi e meno cari si realizza un margine. Se non si applicasse il pricing di sostituzione, questo margine si azzererebbe o diventerebbe negativo. Ma applicandolo si trasferisce il problema all’anello finale della catena, il consumatore: sarà lui, rifornendosi al prezzo più alto, ad anticipare i soldi per rifare le scorte al valore nuovo.
Il ragionamento del “prezzo di sostituzione” ha una sua logica ed è prassi nei mercati delle materie prime. Alcuni economisti però, tra cui il più noto è Matthew S. Lewis, hanno segnalato che molto spesso i prezzi salgono rapidamente, appunto come razzi, e scendono lentamente, come piume: una asimmetria che crea extra-margini temporali per la filiera del petrolio e si scarica sui trasporti e sui costi energetici, andando a incidere sull’inflazione e dunque sul ciclo economico. Si stima che un aumento del 10% del prezzo del petrolio e, a cascata, dei suoi derivati possa ridurre il Pil italiano dello 0,2 per cento (fonte Bankitalia).
Possiamo sperare, finito lo choc petrolifero generato dalla guerra in Iran, che i prezzi alla pompa scendano come razzi? Per il bene dell’economia italiana.
Cristiano Meoni