A tre anni dalla legge regionale che ha ampliato l’operatività di Sviluppo Toscana, ancora non riesce alla Regione l’operazione volta a portarvi all’interno il 100% del capitale di Sici, rendendola dunque una società interamente pubblica perché posseduta dall’agenzia in house regionale di sviluppo: tutti i soci di Sici hanno infatti risposto positivamente al bando di Sviluppo Toscana, che offriva 5,4 milioni di euro per l’intera partecipazione, tranne Gepafin, finanziaria controllata al 56% dalla Regione Umbria, che detiene il 14% di Sici – e che dunque sarebbe stata “liquidata” con 756mila euro. Non si ricompone ancora, dunque, il quadro delle partecipate regionali attive nel campo della finanza, con Fidi Toscana che sta cercando una sua strada per evolvere dal business tradizionale della garanzia.
“Dovremo ragionare con Gepafin e con la Regione Umbria su cosa si fa”, ha affermato Leonardo Marras, assessore all’economia della Regione Toscana, a margine di un convegno organizzato a Firenze proprio da Sici insieme ad Aifi sul tema delle finanziarie regionali. Gli altri soci di Sici che hanno risposto positivamente all’avviso di Sviluppo Toscana sono Fidi Toscana (31%), Intesa Sanpaolo (20%), Mps Capital Services (15%), Banca Popolare di Vicenza (10%) e Credit Agricole (10%). Poiché il mandato avuto dalla Regione era quello di comprare la totalità delle azioni di Sici, adesso l’agenzia dovrà rimettere il risultato alle valutazioni della Regione, che dovrà decidere se e come proseguire la ricerca dell’obiettivo. Coincidenza vuole che il 23 gennaio il governatore Eugenio Giani incontri la sua collega umbra Stefania Proietti a Monte Santa Maria Tiberina, sul confine fra le due regioni: ma la vicenda Sici non dovrebbe essere al centro della discussione.
Nuove risorse per Sici, nuove vie per Fidi
“Comprare una società per farla diventare tutta pubblica è veramente un’impresa ardua”, ha affermato Marras, nelle conclusioni del convegno Aifi-Sici. “Dopodiché, quando riusciremo in questa impresa – ha spiegato -, avremo sicuramente la possibilità di mettere altre risorse pubbliche nei fondi per richiamarne tante altre private, perché l’idea che si possa realizzare quel disegno soltanto con le risorse pubbliche è un’idea di per sé sbagliata in partenza, in virtù del fatto che è necessario che non solo ci sia credibilità, ma ci sia effettività dell’indipendenza dell’azione. La presenza pubblica serve a dire che serve anche più pazienza di quelle che di solito i fondi d’investimento hanno”. La prospettiva, ha aggiunto Marras parlando con i cronisti, è quella di dotare la “nuova” Sici di risorse pubbliche per 60 milioni di euro.
Sul versante di Fidi Toscana, Marras ha osservato che la finanziaria regionale per il 2024 “ha portato un bilancio in positivo di più di 3,5 milioni e mezzo di euro, e chiuderà il 2025 con un utile pressoché identico. E’ una società risanata, ha un grande patrimonio, oltre 104 milioni di euro, ed è il motivo per cui era difficile venderla, perché costa tanto, quindi non è facile. Ha una struttura agile che può misurarsi sul mercato, e nel piano industriale cerca di trovare degli spazi all’interno delle sue attività che possono essere meno in conflitto con altri operatori di mercato, per esempio, prodotti per l’agricoltura; e ci sono proposte contenute nel piano industriale che prevedono un cambio di statuto per operare verso il terzo settore”.
I dati di Aifi: 130 milioni investiti in Toscana in 25 anni
Negli ultimi 25 anni in Toscana le finanziarie regionali hanno investito complessivamente 130 milioni di euro, distribuiti su 82 società: questo è quel che emerge dalla ricerca ‘Finanziarie regionali e private capital: l’impatto sul territorio’, realizzata da Aifi, che l’ha presentata oggi nel corso del convegno. Gli interventi delle finanziarie regionali hanno riguardato nel 43% dei casi l’avvio di nuovi programmi imprenditoriali (early stage) e nel 42% dei casi investimenti di minoranza a supporto dei programmi di sviluppo (expansion). Pressoché tutte queste operazioni hanno avuto ad oggetto Pmi; a livello di settore, manifatturiero, Ict e servizi per il consumo sono quelli che hanno attratto il maggior numero di interventi.
“Il private capital, nelle sue diverse forme, non fornisce solo risorse finanziarie – afferma Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi -, ma accompagna le aziende nei percorsi di crescita, managerializzazione e innovazione, generando un impatto concreto sull’occupazione e sulla competitività dei territori”. A livello nazionale, nello stesso arco temporale di 25 anni, le finanziarie regionali hanno investito in operazioni di private capital 1,5 miliardi di euro, realizzando oltre 2.000 operazioni. Ai più tradizionali interventi di private equity e venture capital, che avevano caratterizzato i primi anni di attività, da una decina di anni si sono aggiunte anche le operazioni di private debt, segmento nato per favorire l’accesso al mercato del debito da parte delle Pmi non quotate, attraverso l’emissione dei cosiddetti minibond.
“Ci sono alcune finanziarie – ha spiegato Alessia Muzio, capo dell’Ufficio studi di Aifi – che adesso sono un po’ meno attive sul mondo del private equity: noi ovviamente qui abbiamo dedicato l’analisi al private capital, ma poi ci sono tantissimi altri strumenti che utilizzano le finanziarie in generale per supportare le imprese. Negli ultimi anni abbiamo visto uno spostamento di alcune sul mondo del debito, che in un certo senso per l’impresa più piccolina è un po’ meno invasivo rispetto al mondo del private equity. Noi lo vediamo anche come un punto di partenza: magari poi le imprese si rendono conto che magari possono anche aprire anche un po’ il capitale. Il private debt sta crescendo tantissimo in generale, e anche alcune finanziarie regionali si sono proprio spostate su questo ambito”.
I timori della Regione per l’economia post-Pnrr
Lo scenario in Toscana preoccupa la Regione: “Le finanziarie regionali sono fondamentali per consentirci di affrontare il futuro, il post 2027, cioè il periodo successivo all’esaurimento dei fondi del Pnrr“, ha osservato Giani al convegno Aifi-Sici, sottolineando che “il rapporto con i territori e la capacità di investimento sono temi rilevanti all’indomani di una stagione segnata da un forte volano pubblico negli investimenti”. Giani ha osservato che “se sommiamo i fondi del Pnrr e altri fondi europei come il Fondo di sviluppo e coesione, vediamo che la Toscana ha avuto una capacità di investimento pubblico che si è riflessa sul suo Pil per lo 0,3%, senza contare l’indotto. Il problema è cosa fare dunque dopo che la spinta del Pnrr si esaurirà. Se perderemo la nostra capacità di indirizzo e di guida sui Fondi europei, è evidente che lo scenario che si apre per i territori sarà molto critico”.
A giudizio di Marras, di questo scenario “potrebbe soffrirne il tessuto delle piccole e medie imprese. Quindi il nostro compito è quello di trovare una strada alternativa: quella del consolidamento e della trasformazione del sistema produttivo che venga incontro alle esigenze delle varie filiere produttive. Il sistema toscano ha bisogno che siano sostenuta, attraverso le risorse pubbliche, l’innovazione aperta. E per farlo servono soggetti in grado di entrare nel capitale, di offrire soluzioni alternative a quelle bancarie a tutte quelle imprese che vogliano crescere. L’esigenza della Regione è quella di poter contare su agenzie di sviluppo capaci di iniziative indipendenti dalla politica e che producano un’azione di impulso. Per questo abbiamo da parte qualche risorsa ed intendiamo utilizzarla”.
Leonardo Testai