Un taglio sonoro e improvviso al credito d’imposta: è quel che è successo con l’approvazione del decreto legge fiscale 38/2026, in vigore da sabato 28 marzo, ai 7.417 progetti presentati dalle aziende italiane – tra cui qualche centinaio toscane – per ottenere gli incentivi del piano Transizione 5.0, progetti che erano rimasti in lista d’attesa a causa dell’esaurimento delle risorse 2025. Ora quei progetti – che puntano a introdurre innovazione e efficienza energetica – riceveranno solo il 35% del credito d’imposta spettante in origine (nel migliore dei casi sarà dunque il 15,75%, altrimenti il 14% o il 12,25% a seconda del tipo di investimento).
Esclusi incentivi per fotovoltaico made in Italy
Il cambio improvviso di regole ha scatenato le proteste del sistema Confindustria, col presidente Emanuele Orsini che ha chiesto di aprire subito un tavolo col Governo. L’incontro dovrebbe svolgersi mercoledì 1 aprile. Nel frattempo anche Confindustria Toscana nord ha espresso forti critiche al decreto legge fiscale, definendo “briciole” l’agevolazione che spetta adesso – sulla base della nuova previsione – per gli investimenti in innovazione di profilo strategico. Sono stati addirittura esclusi del tutto dagli incentivi – sottolinea Confindustria Toscana nord – gli investimenti in sistemi di gestione dell’energia e per impianti di energia da fonti rinnovabili a fini di autoconsumo; l’esclusione vale anche per gli investimenti per il fotovoltaico made in Italy che le imprese erano state incoraggiate a preferire ai pannelli cinesi, prevedendo un recupero fiscale che in via eccezionale poteva arrivare fino al 67,50% del totale dell’investimento.
La protesta di Confindustria Toscana nord
“La doccia fredda costituita dal decreto fiscale colpisce anche le aziende del nostro territorio – afferma la presidente di Confindustria Toscana Nord, Fabia Romagnoli -. E’ giusta la richiesta di Confindustria di aprire un tavolo col Governo ed è positivo il fatto che su questo punto ci sia stato ascolto: è importante trovare una soluzione al problema, che colpisce talvolta anche duramente i bilanci aziendali, e occorre che ciò avvenga anche per recuperare un clima di fiducia con le istituzioni”. Il punto, sottolineato a più riprese anche da Confindustria Moda, è legato alla scelta di cambiare in corsa le regole del gioco, vanificando la certezza del diritto e minando “la fiducia nel sistema degli incentivi e sulla credibilità della politica industriale”. Colpire a posteriori invetimenti già effettuati – aggiunge il presidente di Confindustria Moda, Luca Sburlati – significa “scaricare sulle imprese il costo dell’incertezza e indebolire la fiducia nel rapporto tra istituzioni e industria”.
Appello alla modifica della misura
Il fatto che il decreto legge intervenga in una fase particolarmente complessa per il manifatturiero italiano – sottoposto all’aumento dei costi e energetici, tensioni geopolitiche e rallentamento della domanda internazionale – aumenta la rabbia delle imprese. “Cambiamenti improvvisi e penalizzanti come questo scoraggiano gli investimenti in Italia – conclude Confindustria Toscana nord – è dunque essenziale che la misura venga ripensata”.
Silvia Pieraccini