Se un’azienda terzista produce borse o abiti per vari marchi del lusso – ad esempio per Gucci, Chanel, Louis Vuitton e Prada – oggi è sottoposta a controlli diversi da parte di ciascun committente, che invia periodicamente i propri auditor (revisori) a chiedere documenti e verificare il rispetto di regole e standard (la cosiddetta compliance). La ripetizione dei controlli sulla stessa azienda della filiera fa perdere tempo e soldi sia al terzista che al committente, e rischia pure di sottrarre risorse da destinare allo sviluppo.
Un lavoro durato più di un anno
Ora – dopo un lavoro durato più di un anno fatto insieme da terzisti, brand, organismi di verifica e informatici – è nata una piattaforma digitale che cerca di armonizzare i criteri di controllo e di rendere la vita più facile a brand e terzisti, aumentando trasparenza e efficienza. L’ha messa a punto Ympact (Gruppo YHub), consulente di brand e fornitori della filiera fashion & luxury nella transizione verso la sostenibilità che ha tra i fondatori la fiorentina Francesca Rulli.
Committenti e terzisti possono attivare i controlli
La piattaforma, presentata a Milano nella sede di Confindustria Moda alla presenza di 100 professionisti della moda tra cui una trentina di marchi, si basa su una lista di controlli (checklist armonizzata) affidati a un ente terzo indipendente (per adesso è stato fatto un accordo con Bureau Veritas ma ne seguiranno altri). Il brand che decide di fare questi controlli su un suo fornitore potrà poi condividerli con altri brand che hanno lo stesso fornitore (naturalmente se il soggetto dà il consenso), e che potranno così evitare di ripeterli nell’immediato. Ma lo stesso fornitore potrà anche decidere di sottoporsi autonomamente ai controlli, alimentando la piattaforma con documenti e dati pronti per essere valutati dall’auditor, così da “spendere” l’eventuale risultato positivo che arriverà sotto forma di attestato di “non-conformità critiche”. In questo modo il fornitore-terzista potrà dire al brand “sono pronto a lavorare per te”.
Il primo passo verso la tracciabilità
“L’intento è far sì che la diffusione di questo sistema permetta di fare controlli sempre più accurati, evitando duplicazioni – spiega Francesca Rulli -. Il sistema è pensato per essere attivabile sia dal brand che dai capicommessa che dai subfornitori che vogliono essere virtuosi”. Si tratta, di fatto, del primo passo verso una tracciabilità completa, quella che dovrebbe evitare le situazioni di sfruttamento lavorativo (soprattutto cinese) messe in luce dalle inchieste della Procura di Milano che hanno coinvolto marchi del lusso come Armani, Loro Piana, Dior, Valentino, Tod’s, accendendo un faro sulla catena produttiva e cambiando l’approccio dei grandi marchi.
Obiettivo: partire con una decina di aziende
Come funziona il pagamento? Oltre a comprare il software, il brand può comprare un pacchetto di controlli fatti dall’ente terzo indipendente, mentre il fornitore che intende qualificarsi pagherà un canone annuale per caricare sulla piattaforma documenti e risultati utili. I fornitori – spiega Rulli – possono essere sia fornitori di materiali, sia produttori-terzisti o fornitori di servizi: la piattaforma può accogliere tutti. L’obiettivo ora è partire con almeno una decina di aziende che aderiscono al sistema.
Silvia Pieraccini