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18 marzo 2026

Più tetti verdi e stagni, meno asfalto: salviamoci dalle alluvioni con le “città-spugna”

Un milione di persone nella Toscana centrale vivono in aree a rischio idrogeologico. Plures e Anci: adattiamoci ai cambiamenti climatici.

Alessandro Pattume
Un edificio residenziale "verde"

Un edificio residenziale "verde"

Possiamo sfruttare il rischio sempre più frequente di alluvioni per trasformare le nostre città e renderle non solo più sicure ma anche più belle e vivibili? Secondo lo studio pilota “La Toscana è centrale. Dalle città alle città-spugna” di Fondazione Earth and Water Agenda non solo possiamo: dobbiamo farlo. È però necessario cambiare mentalità, variare la prospettiva, precisa lo studio presentato a Firenze la scorsa settimana durante l’incontro “Governare il cambiamento. Adattamento climatico, rigenerazione urbana e città spugna”, promosso da Anci Toscana e Plures. Tante città europee si stanno attrezzando per non farsi più sorprendere da eventi climatici estremi e alquanto imprevedibili. E progettando soluzioni per la gestione e la prevenzione del rischio idrogeologico finiscono per trasformarsi anche in città più verdi e vivibili. Dai parchi pubblici che in caso di inondazione si trasformano in casse d’espansione ai tetti verdi degli edifici che trattengono l’acqua piovana; dai serbatoi sotterranei per l’immagazzinamento dell’acqua in eccesso a veri e propri quartieri all’occorrenza galleggianti. Piccoli e grandi progetti che sono esempi di adattamento ai cambiamenti climatici e di lungimiranza finanziaria: gli investimenti necessari per rendere la città simile ad una spugna sono sempre inferiori ai miliardi necessari per ricostruire le zone devastate dall’acqua.

Alcune opere infrastrutturali della città-spugna già realizzate

 

Rischio idrogeologico per un milione di toscani

Lo studio di Fondazione Ewa valuta le tipologie di rischio (inondazioni e alluvioni, frane, terremoti) presenti in ognuno dei 65 Comuni serviti dalla multiutility Plures (le province di Firenze, Prato, Pistoia e parte di Arezzo) mettendo insieme una gran quantità di dati provenienti dalle fonti più disparate: Regione Toscana, Ministero dell’Ambiente, Protezione Civile, Ispra, Arpat, Consorzio Lamma, Centro Euromediterraneo sui cambiamenti climatici, Cnr, Irpet, Enea e, tra gli altri, Autorità di bacino distrettuale e Autorità Idrica Toscana. Il risultato finale è un’analisi puntuale dei rischi riguardanti la popolazione, le imprese e i monumenti di ciascuno dei Comuni presi in esame, e la maturazione di una consapevolezza: per quanto belle e vivibili, le città della Toscana centrale sono anche molto vulnerabili. Secondo le cifre riportate dallo studio, quasi un milione di toscani (938.199) che vive nella Toscana centrale, cioè poco più di un quarto dell’intera popolazione regionale (25,5%), sarebbe a rischio alluvione. Il rischio alluvione riguarderebbe anche 102.517 imprese, cioè quasi il trenta per cento delle aziende toscane (28,6%), e poco meno di 3.500 monumenti e altri beni culturali (18,8%). Da qui la richiesta della Fondazione di un approccio strutturale e non emergenziale alla questione.

Cenni (Anci): serve un Pnrr per l’ambiente

«La strada, già tracciata, chiede oggi di investire, oltre che in opere per la sicurezza idraulica, nel verde urbano, nella tipologia urbanistica ed edilizia seguendo il modello innovativo ed efficiente delle “città spugna” – ha commentato Susanna Cenni, sindaca di Poggibonsi e presidente Anci Toscana –  Un approccio orientato alla pianificazione e alla rigenerazione, fatto d’infrastrutture capaci di ridurre gli effetti di fenomeni climatici estremi sempre più frequenti attraverso soluzioni a impatto zero per il tessuto urbano e l’ambiente. Ovviamente servono risorse, e sottolineiamo la necessità del rifinanziamento dei fondi per le politiche di coesione – aggiunge – una sorta di Pnrr per l’ambiente che inquadri come prioritari interventi per la resilienza dei nostri territori a fronte dei cambiamenti climatici e la lotta al dissesto idrogeologico, accanto all’housing sociale. Ma serve anche un grande lavoro collettivo per un nuovo approccio culturale, comportamentale, che riguarda tutti».

Il quadro di insieme del rischio idrogeologico nei 65 Comuni serviti dalla multiutility Plures

Nella piana più caldo e alluvioni

Quelle di Firenze, Prato e Pistoia sono le tre province più a rischio perché quelle più soggette ai cambiamenti climatici. A dirlo è la proiezione climatica al 2036-2065, presentata in anteprima nello studio, realizzata dal Centro Euromediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC), inserito nel Ipcc delle Nazioni Unite. Le proiezioni sono state realizzate su modelli ad altissima risoluzione per quanto riguarda ondate di calore, precipitazioni giornalieri cumulative e precipitazioni estreme in un giorno. Se per le precipitazioni giornaliere non si evidenziano grandi cambiamenti, molto diverso è lo scenario che riguarda ondate di calore e precipitazioni estreme. La media dello scenario migliore evidenzia infatti un aumento significativo di giorni con ondate di calore pari a 15 giorni sopra i 35 gradi per Firenze, 13 giorni per Prato e 10 per Pistoia. Ma è la proiezione al 2036-2065 per quanto riguarda gli eventi con rischi di esondazioni fluviali o di allagamenti pluviali che deve far preoccupare. Lo studio evidenzia infatti un incremento significativo soprattutto per le province di Prato e Pistoia, del 10-11% nello scenario migliore, del 14-17% addirittura in quello peggiore. Meno evidente invece l’aumento della proiezione per Firenze. 

L’occhio del ciclone è nella Toscana centrale

Non è un caso. Prato, Pistoia e Firenze sono le aree in cui negli ultimi cinque anni si sono verificati eventi estremi di nuovo tipo, spiega il rapporto. La grande alluvione del 2023 che ha devastato la provincia di Prato e in parte quella di Firenze e di Pistoia, causando 2,7 miliardi di danni diretti, e l’alluvione lampo di Firenze del 28 gennaio 2025 (1 miliardo di danni) non sono solo eventi eccezionali. “Alla luce dei dati – si legge nel rapporto – risulta evidente che il cambiamento climatico non si limita al solo aumento delle temperature, ma ha modificato significativamente anche la distribuzione e la stagionalità e la modalità delle piogge. La tendenza alla maggior frequenza e intensità delle precipitazioni estreme e all’aumento dei giorni molto caldi – anche in autunno e in inverno -, richiede una pianificazione di strumenti e opere all’interno delle aree urbane per mitigare rischi crescenti”.

Due possibili interventi della città-spugna riportati dallo studio di Fondazione Earth and Water Agenda

Facciamoci l’abitudine e prendiamo provvedimenti, verrebbe da dire. Anche alla luce di due evidenze che probabilmente non sono chiare a tutti. Primo: a Firenze, Prato e Pistoia piove moltissimo, molto più che a Parigi, Londra o Berlino. Secondo: in Toscana l’acqua è ovunque. Ci sono 60.000 chilometri di corsi d’acqua tra fiumi, torrenti e ruscelli – una misura ben superiore alla circonferenza della Terra – e di questi 40.000 sono nei 65 Comuni della Toscana centrale. Un patrimonio idrologico ricchissimo di cui fanno parte anche più di 600 corsi d’acqua minori (canali, fossi, borri) che attraversano e sottoattraversano le province di Prato, Pistoia, Firenze e Arezzo. Che sono stati tra i protagonisti in negativo delle recenti inondazioni registrate nella Toscana Centrale. 

Adattare le nostre città al cambiamento climatico

Cosa fare dunque per fronteggiare uno scenario che ci obbliga ad una sempre più frequente convivenza con eventi metereologici estremi? Bisogna difendersi con le infrastrutture e adattarsi trasformando in spugne le nostre città. La transizione verso la “città spugna” è tra l’altro già presente nel “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”, adottato il 2 gennaio 2024 dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

E la Commissione Europea ha approvato il Programma Regionale “PR Toscana FESR 2021-2027”, per il sostegno del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, le cui attività sono state avviate dalla Regione con una delibera del 17 ottobre 2022. Tra le linee di azione approvate per “Interventi in infrastrutture verdi per l’adattamento ai cambiamenti climatici e di mitigazione del rischio idraulico”, ci sono stagni, bacini di ritenzione, nuovi sistemi di drenaggio urbano e stoccaggio delle acque meteoriche, rimozione di coperture dei corsi d’acqua minori, giardini pluviali, fasce tampone vegetate, fossati bio-filtranti e tetti verdi sugli edifici, progettati per assorbire, trattenere e filtrare l’acqua piovana. Azioni che a Prato sono al centro del piano di forestazione cittadino e sono il cuore anche del Piano del Verde di Firenze.

Sostituire l’asfalto con superfici drenanti

«Siamo partiti dai nostri parchi e dai nostri giardini: togliamo l’asfalto per far spazio a superfici drenanti –  racconta la vicesindaca di Firenze e delegata all’ambiente di Anci Toscana Paola Galgani – Si tratta di interventi che vedranno nei prossimi mesi e anni uno sviluppo molto importante. Mi preme però sottolineare tre pilastri fondamentali senza i quali l’azione dei Comuni rischia di restare isolata – aggiunge – A partire dal bisogno di analisi e conoscenza scientifica che deve guidare le scelte tecniche in modo rigoroso. Servono anche risorse certe e continuative visto che operiamo in aree urbanizzate e complesse, con finanziamenti strutturali che permettano di programmare non solo gli investimenti iniziali, ma anche la successiva manutenzione. Infine, è necessaria una semplificazione normativa – conclude – è urgente un riordino delle competenze e delle norme che tenga conto dell’attuale condizione strutturale, rendendo le procedure più agili e rispondenti alla realtà».

Uno degli interventi più noti delle città-spugna: lo stombamento del canale Singel a Utrecht in Olanda

Perra (Plures): nuove soluzioni infrastrutturali

«Le città sono il luogo dove gli effetti del cambiamento climatico si manifestano con maggiore intensità e dove servono nuove soluzioni infrastrutturali – dice il presidente di Plures Lorenzo Perra – Il modello delle “città spugna” indica una strada concreta: aumentare la capacità delle aree urbane di assorbire, trattenere e gestire l’acqua piovana, integrando pianificazione urbana e infrastrutture dei servizi pubblici. Per una multiutility come Plures, che opera nei servizi ambientali, energetici e idrici, significa mettere competenze industriali e capacità di investimento al servizio delle amministrazioni locali per costruire città più resilienti e preparate agli effetti del cambiamento climatico».

I cinque livelli di intervento

Ma come si fa? Il sistema di difesa idraulica per la Toscana Centrale è organizzato su cinque livelli. Tralasciando per quanto importanti il quarto e il quinto, ovvero monitoraggio e sistema di allerta seguito da formazione e informazione per la cittadinanza, concentriamoci sui primi tre. Il primo livello è il Piano di Bacino, che riguarda gli interventi strutturali a monte delle aree urbane e le opere idrauliche su larga scala che servono per ridurre il rischio alluvione. Il secondo invece è rappresentato dalle opere che servono per “gestire” le piene.

La diga di Levane sbarra l’Arno a monte di Firenze

È il caso, tra gli altri, delle quattro casse di espansione a monte di Firenze (Pizziconi, Restone, Prulli e Leccio-Burchio) e il rialzamento della diga di Levane, che una volta completate, si legge nel rapporto, “permetteranno un accumulo di circa 55 milioni di metri cubi di acqua di piena dell’Arno per garantire ampie fasce di territori e aree urbane da eventi con tipologia alluvione 1966”. E infine ci sono le infrastrutture “verdi e blu”, che nelle aree urbane servono per ridurre il rischio di allagamento ma anche a migliorare la vita di chi le abita valorizzando gli spazi pubblici e la qualità dell’aria. E proprio i 65 Comuni della Toscana centrale, spiega lo studio, “possono collocarsi come centri urbani apripista a livello nazionale per un piano organico e integrato di opere e interventi multi-soluzioni su scala urbana e di aria vasta, con risposte integrate e convergenti verso la riduzione del rischio”.

Come le città europee si adattano al futuro

Non è fantascienza e non si tratta solo di “tetti verdi”. Il panorama delle soluzioni urbanistiche adottate con il fine di adattarsi ai cambiamenti climatici sono il frutto di studio, pianificazione e progettazione alimentati da coraggio e convinzione. Chi non ha sentito parlare di Utrecht e del Canale Singel? Negli anni ‘70 il canale venne tombato per fare spazio a una strada a quattro corsie. Nel 2020 è stato “stombato”, ripristinando la sua naturale capacità di drenaggio delle acque. A Copenaghen, tra gli altri, c’è il Climate Park: alberi ma anche un sistema in cui l’acqua piovana, raccolta sui tetti verdi del quartiere, finisce per alimentare piscine e corsi d’acqua temporanei. Oppure l’Enhavepark, uno storico parco ridisegnato completamente: in caso di alluvione, i suoi cancelli si chiudono e diventa un’enorme cassa d’espansione.

Se poi Londra ha costruito un tunnel sotterraneo di 25 chilometri che intercetta l’acqua in eccesso impedendo che finisca nel Tamigi, Barcellona è stata la prima città europea a definirsi “flooding resilient city” con la costruzione, negli anni ‘90, di 15 giganteschi depositi sotterranei capaci di ricevere 477.000 metri cubi d’acqua in eccesso. E si potrebbe scorrere ancora l’elenco parlando di Amsterdam o delle politiche verdi adottate recentemente da Parigi, se non fossimo distratti da una domanda: quando in questo elenco figurerà una delle nostre città? 

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Alessandro Pattume

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