La guerra in Medio Oriente entra nelle case degli italiani sotto forma di inflazione. Non colpisce tutti allo stesso modo e non pesa allo stesso modo nei bilanci familiari. Prende di mira soprattutto ciò che non si può evitare: alimentari, bollette, trasporti, anche perché sono consumi molto correlati all’aumento dei costi energetici. Ed è lì che si misura la vera vulnerabilità.
Un’indagine del Sole 24 Ore su dati Istat ha segnalato chi paga di più il conto del carovita da guerra. Sono le famiglie con più figli e i single senza lavoro o con lavoro precario, principalmente nelle regioni del Sud Italia. Unica eccezione il Piemonte, che presenta valori da Mezzogiorno, sia per quanto riguarda la spesa media mensile complessiva (2.623 euro a famiglia) sia per l’incidenza dei consumi obbligati sul totale (46,7%).
E poi c’è la Toscana. Una regione attraversata da difficoltà strutturali: segnali di deindustrializzazione, crescita debole, crisi demografica. Eppure i dati sui consumi citati dal “Sole” sono sorprendenti e introducono un elemento che merita attenzione.
La spesa media mensile delle famiglie toscane è al top in Italia: 3.160 euro, in linea con la Lombardia (3.162 euro), più di quella di regioni solide come l’Emilia Romagna (3.085), il Lazio (3.081) e il Veneto (2.863), mentre la media nazionale è di 2.755 euro. Sopra ci sono soltanto le Province autonome di Bolzano (3.990 euro) e Trento (3.194). Maglia nera la Puglia, con 2.000 euro.
Ma, soprattutto, in Toscana l’incidenza delle spese obbligate – quelle che si fanno per tirare avanti, per lo stretto necessario – si ferma al 39,2%, ben al di sotto della media nazionale del 42,3% e lontana dai livelli di territori più in difficoltà. Per incidenza delle spese di necessità sul totale la Toscana presenta il terzo miglior risultato dopo la Provincia autonoma di Bolzano (32,6%) e il Lazio (38,4%). In Toscana, dunque, nel 2025 le famiglie hanno speso di più che altrove, soprattutto per beni voluttuari o comunque non di stretta necessità.
Vanno fatte le dovute premesse: il dato è antecedente all’inizio della guerra e dello choc petrolifero (ma lo stesso vale per le altre regioni); inoltre va segnalato che dal 2019 a oggi il potere d’acquisto delle famiglie, toscane e italiane, è diminuito: lo choc del Covid non è mai stato completamente riassorbito.
Ma questo dato una domanda la pone: perché, in una regione che mostra segnali di affaticamento sul piano produttivo e ripercussioni su quello sociale, che giustamente contrasta processi di deindustrializzazione, le famiglie sembrano mantenere un livello di spesa relativamente alto e, soprattutto, una quota significativa di consumi non obbligati?
Le spiegazioni possono essere diverse: una popolazione più anziana, con una presenza rilevante di pensionati, che garantisce redditi più stabili e meno esposti alle fluttuazioni da choc; famiglie meno numerose, che riducono la pressione sulle spese essenziali; la ricchezza sommersa in alcune comunità imprenditoriali a guida straniera (cinesi), con capacità di spesa superiore a quella reddituale ufficiale; o più probabilmente la forte presenza di turisti “spending”, che nella regione – fatta eccezione per le località costiere – è spalmata su tutto l’anno. Ma non basta a spiegare tutto. Né possiamo rifugiarci nel rigetto della realtà rispolverando lo stereotipo di una Toscana tutto sommato “felix”.
Quello che emerge dal dato è un quadro più complesso di quanto la narrazione quotidiana lasci intendere. Accanto a una Toscana che fatica sembra esistere una Toscana che continua a sostenere i consumi, che mantiene una certa capacità di spesa, che non è interamente schiacciata sul necessario. Questo dicono i numeri delle spese 2025 prodotti dall’Istat.
Non è una contraddizione, è una sovrapposizione di situazioni diverse. E forse è proprio qui che i dati aiutano a leggere meglio la realtà. Perché mostrano che la fragilità economica non si distribuisce in modo uniforme e che, anche dentro contesti difficili, possono persistere spazi di tenuta. Insomma, due Toscane in una sola.
Cristiano Meoni