“Siamo molto soddisfatti dell’andamento dello stabilimento di Sesto Fiorentino” di Eli Lilly, perché “i parametri di efficienza e qualità sono altissimi” e “i tecnici sono di primissimo livello”. Parola di Dave Ricks, 58 anni, americano, amministratore delegato di Eli Lilly dal 2017, che in un’intervista a Il Sole 24 Ore rimarca come il contributo del sito fiorentino all’export della Toscana, circa dieci miliardi di euro nell’ultimo anno, sia “molto importante”. Sesto Fiorentino, dove Eli Lilly produce farmaci a base di insulina, è il principale hub della multinazionale in Europa. Il 98% della produzione di Sesto Fiorentino – farmaci antidiabetici, nel caso del Tirzepatide anche contro l’obesità – viene esportato in tutto il mondo.
Investimento greenfield storico – la prima pietra è del 1959 – nell’area fiorentina per una multinazionale, la svolta per lo stabilimento Eli Lilly di Sesto risale alla metà degli anni Duemila, con la trasformazione da fabbrica di antibiotici a stabilimento con linee dedicate alla produzione di insulina ricombinante e dispositivi per il trattamento del diabete: circa mezzo miliardo di euro gli investimenti cumulati sul sito fino alla seconda metà degli anni 2010. Il successo dell’operazione convince l’azienda a investire ancora per l’espansione dello stabilimento, arrivando a un accordo con le istituzioni locali per acquisire l’area del liceo scientifico Agnoletti (delocalizzato nel polo scientifico universitario): 150 milioni sono stati investiti per l’ampliamento, con altri 600 milioni annunciati nel 2023 per aumentare la produzione nelle fabbriche di terzisti italiani.
“In Italia e in Europa troppi ritardi, dobbiamo essere veloci”
Nell’intervista Ricks ha spiegato che “l’Italia ha realtà molto interessanti” e dunque “siamo vigili e siamo aperti anche ad accordi o partnership”, ma al tempo stesso è stato assai cauto nel valutare le possibilità di Eli Lilly di investire in Italia: “E’ un Paese in cui è più difficile investire – sostiene – rispetto alla Germania o all’Olanda, per esempio. Le autorizzazioni sono molto lente e i centri decisionali numerosi. In Germania non ci sono ritardi, lo stiamo vedendo concretamente. Il principale problema per l’industria farmaceutica è il time to market, dobbiamo essere veloci. In Italia ci sono troppi ostacoli che rallentano le imprese. Anche le autorizzazioni dei nuovi farmaci sono lunghe. Ma questo è un problema comune all’Europa”.
Secondo Ricks “troppe duplicazioni di autorizzazioni e controlli” in campo farmaceutico “tradiscono il vero senso dell’Unione europea, che era nata per unificare e semplificare”, mentre oggi “un farmaco approvato dall’Ema deve essere approvato anche dall’Aifa e dalle altre agenzie nazionali. Un controsenso”. E forse anche un po’ per quello, oltre che per le politiche dell’amministrazione Trump volte a favorire il reshoring produttivo, “siamo molto concentrati sugli investimenti domestici, è il nostro focus principale”, ha spiegato l’ad di Eli Lilly, “ma nei prossimi anni faremo dodici siti produttivi all’estero”, ha aggiunto, anche in paesi europei come Irlanda, Olanda e Germania.
I rilievi di Ricks riflettono le preoccupazioni dei rappresentanti dell’industria farmaceutica italiana. “Oggi la Cina avvia il 28% dei trial clinici globali, contro appena il 3% di 10 anni fa”, avverte Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, secondo cui “l’Europa deve recuperare terreno con politiche più attrattive e una visione industriale chiara. Non possiamo restare a guardare mentre altri Paesi accelerano”. In Europa infatti, “e anche in Italia – lamenta Cattani -, i tempi tra l’approvazione dei farmaci e la loro reale disponibilità per i pazienti restano troppo lunghi, con differenze significative tra Paesi e territori”.
Tecnologia e rapporto col territorio per il “modello Sesto”
Un aiuto per ridurre i costi e mantenere la competitività, a parere di Ricks, verrà dall’intelligenza artificiale. “E’ una delle leve più importanti – dice al Sole – per il futuro della sanità. Noi la utilizziamo per migliorare l’efficienza degli stabilimenti, compreso Sesto Fiorentino”. Conferma Alessandro Picchioni, esponente della Filctem-Cgil. “Per chi lavora come me nel sindacato e vede molte multinazionali – spiega – Eli Lilly rappresenta uno sguardo nel futuro, perché hanno tecnologie e programmi di sviluppo effettivamente all’avanguardia”. Lo stesso stabilimento di Sesto “è stato utilizzato come modello – sostiene – per lo sviluppo degli stabilimenti in giro per il mondo”.
Il “modello Sesto” è anche figlio di un ecosistema funzionale: “L’attenzione al territorio – dice l’esponente dell Filctem -, sia in termini di amministrazioni pubbliche che di relazioni industriali, è sempre stata positiva, e quindi credo abbia contribuito al successo di Eli Lilly. Lo spostamento del liceo e l’acquistizione del terreno, in coordinamento con le istituzioni, sono state delle collaborazioni importanti da mettere in campo, hanno funzionato e i fatti lo dimostrano”. Sono positive anche le relazioni sindacali: “C’è un dialogo con l’azienda che finora ha prodotto risultati positivi – osserva Picchioni -, c’è una organizzazione di lavoro molto elastica, con tutte le turnazioni, rispetto dei contratti nazionali, ottimi accordi sindacali, c’è stata reattività anche nell’organizzare il lavoro e nel trovare le migliori soluzioni per tutti”.
Leonardo Testai