Il presidente cinese Xi Jinping con Emmanuel Macron
Che fare, andare o no a Pechino? Baciare la pantofola all’Imperatore Xi Jinping o tenerlo nella black list dei nemici strategici, quelli che prima o poi ci sbarreranno il passo? La processione dei capi di Stato in Cina degli ultimi mesi (da Donald Trump a Keir Starmer, da Emmanuel Macron a Friedrich Merz, da Pedro Sanchez a Mark Carney), con seguito di investitori “embedded”, rivela che prevale l’approccio pragmatico: come quello che possiamo avere con una persona che ci sta antipatica, ma di cui non possiamo fare a meno. Affari, affari, affari, in cambio di amnesie sull’anomala situazione dei diritti umani (in Cina non si vota!) e sulla violazione del fair play del commercio mondiale (ne parliamo tra qualche riga).
C’è però un dato che difficilmente può essere contestato, quale che sia il giudizio sulla Cina. La seconda economia del pianeta è diventata ciò che è oggi anche grazie a un sostegno pubblico alle proprie imprese che non trova paragoni in nessuna altra economia del mondo.
A dirlo non è un think tank americano, né un centro studi europeo, ma l’Ocse nel nuovo database Magic, la più ampia ricognizione mai realizzata sui sussidi industriali globali. Lo studio prende in esame 525 grandi gruppi manifatturieri operanti in 15 settori strategici e ricostruisce vent’anni di storia industriale, dal 2005 al 2024.
Il primo dato che salta agli occhi è impressionante. Secondo l’Ocse, nel periodo considerato le imprese industriali cinesi hanno ricevuto un sostegno pubblico compreso tra tre e otto volte quello delle concorrenti dei Paesi Ocse, a seconda del settore di riferimento. E la stessa organizzazione definisce prudenziale questa stima, perché i bilanci aziendali cinesi sono tutt’altro che trasparenti.
Il secondo elemento che emerge dal dossier riguarda i settori che hanno beneficiato maggiormente di questo sostegno. La classifica elaborata dall’Ocse vede ai primi posti i pannelli fotovoltaici, i semiconduttori, l’alluminio, l’acciaio e la cantieristica navale. Il fotovoltaico guida la graduatoria con sussidi medi pari al 3,2% dei ricavi, seguito dai semiconduttori con il 2,1%, dall’alluminio con l’1,7%, dall’acciaio con l’1,4% e dalla cantieristica con l’1,3%. Coincidenza: sono esattamente alcuni dei comparti nei quali la Cina ha conquistato quote di mercato enormi a livello mondiale.
Ma il passaggio più importante dell’intera ricerca arriva subito dopo. Per la prima volta l’Ocse prova infatti a quantificare il peso effettivo dei sussidi nella conquista delle quote di mercato globali. La conclusione è un “de profundis” per la libertà di mercato: nel mondo circa il 22% dei guadagni di quota di mercato registrati dalle imprese cresciute tra il 2005 e il 2023 può essere spiegato dai sussidi ricevuti, ma per le imprese cinesi la percentuale sale a quasi il 60%.
Ancora più interessante è come questo vantaggio si è manifestato. I sussidi non sembrano aver generato incrementi significativi della produttività o della redditività delle imprese sovvenzionate: hanno invece consentito di praticare prezzi più bassi e così mettere fuorigioco i competitor di altri Paesi, non sussidiati.
Il caso-scuola richiamato dall’Ocse è quello del fotovoltaico. Vent’anni fa Europa e Stati Uniti disponevano di competenze tecnologiche di primo livello nel settore. Nel frattempo la Cina ha costruito una capacità produttiva gigantesca sostenuta da sussidi, credito agevolato e politiche industriali dedicate. Il risultato è stato un crollo dei prezzi mondiali, la chiusura o il ridimensionamento di numerosi produttori occidentali e una progressiva concentrazione della produzione in Cina.
Sarebbe tuttavia un errore fermarsi qui. Perché la Cina che vediamo oggi non è soltanto una colossale economia sostenuta dai sussidi pubblici: ha costruito filiere produttive complete, investito in ricerca e sviluppo, formato milioni di tecnici e ingegneri e recuperato gran parte del divario tecnologico che la separava dalle economie occidentali. È per questo che oggi la questione cinese non può essere affrontata con categorie semplicistiche. Non basta denunciare i sussidi ed evocare il dumping: sa di pratica autoconsolatoria.
L’Ocse ci ricorda che la competizione globale degli ultimi vent’anni non si è svolta su un campo neutrale. Ma proprio perché la Cina è diventata una potenza industriale centrale, la questione oggi non è scegliere tra dialogo e contrapposizione, ma capire come difendere gli interessi europei mantenendo aperto il dialogo con un attore che nessuna economia avanzata può realisticamente escludere dai propri orizzonti strategici.
Questo richiede una profonda revisione dello sguardo europeo. Stati Uniti e Cina utilizzano senza esitazioni politica industriale, leva fiscale, credito agevolato e strumenti geopolitici per rafforzare i propri sistemi produttivi. L’Europa invece continua spesso a comportarsi come se il mercato fosse sufficiente a garantire da solo condizioni di concorrenza equilibrate, imbelle al cospetto di potenze muscolari e spregiudicate. E mentre sorveglia con cipiglio le proprie aziende, vedendo ovunque aiuti di Stato, lascia invadere e distruggere i mercati dal Made in China sussidiato.
Cristiano Meoni