Il rapporto annuale dell’Osservatorio Ebret, presentato a Firenze dall’Ente Bilaterale dell’Artigianato Toscano, restituisce un quadro poco rassicurante per l’artigianato regionale. Vero è che nel 2025 il fatturato delle imprese artigiane toscane è cresciuto dell’1,6%, dopo la stasi del 2024, ma il settore continua a fare i conti con un indebolimento strutturale di imprese, occupazione e margini. A pesare sono soprattutto il calo della redditività, la riduzione dello stock imprenditoriale e una nuova frenata della domanda di lavoro qualificato.
Aumenta il fatturato, si riducono i margini
Sul fronte del giro d’affari, il 2025 segna una ripresa rispetto al 2024: nello stesso tempo, però, peggiora la marginalità: la quota di imprenditori che ha visto ridursi i propri margini sale dal 15% al 23%, con criticità più forti nel legno-mobili e nella filiera pelle-calzature. Il dato più negativo riguarda la demografia d’impresa: il saldo tra iscrizioni e cessazioni è rimasto in passivo per 619 unità e le cessazioni hanno toccato il livello più alto dal 2019. Lo stock di imprese attive è sceso a circa 96mila unità, in calo per il diciassettesimo anno consecutivo, con una perdita di 22.700 imprese rispetto al picco del 2008.
A trainare il fatturato sono soprattutto alcuni comparti. L’abbigliamento segna un +5,2%, i servizi un +2,6% e l’autoriparazione un +4,2%. Restano invece in difficoltà il tessile, a -1,1%, e la filiera della pelle, a -1,4%, che però mostra segnali di stabilizzazione dopo il crollo del 2023-2024. Il peggior risultato è del legno-mobili, a -3,8%. Sul piano territoriale, Siena guida la crescita con un +4,3%, seguita da Arezzo, Firenze e Pisa, tutte intorno al +2%; Pistoia scende dell’1,3% e Grosseto del 2%. Dopo un 2024 ai minimi storici, la propensione a investire risale, sia pur su un livello ancora molto moderato: nel 2025 quasi un terzo delle imprese (29%) ha realizzato investimenti. I progressi maggiori arrivano da meccanica e tessile. Restano però difficoltà sul credito, con prestiti complessivi alle imprese artigiane ancora in calo del 7%.
Difficoltà per il lavoro: meno addetti, specie nella manifattura
Anche il lavoro peggiora: nel 2025 sono andati persi oltre 6.500 addetti, di cui quasi 3.600 dipendenti, pari a una flessione del 2,6%, la più marcata dalla recessione del 2012-2013, escluso l’anno della pandemia. Il calo ha colpito soprattutto il manifatturiero, con oltre 3.300 unità lavorative in meno e un -4,7%. La filiera pelle-concia-calzature arretra del 10,9% nei dipendenti, mentre i prodotti in metallo segnano un -5,3%. Più contenuta la flessione nelle costruzioni, a -0,8%, mentre i servizi artigiani crescono dello 0,5%.
Restano critiche anche le condizioni salariali. Nonostante un recupero nel 2025, i salari reali degli artigiani risultano ancora inferiori del 4,3% rispetto al 2015. I programmi di assunzione sono diminuiti dell’8,2%, penalizzando soprattutto le professioni ad elevata specializzazione (-26%), mentre è cresciuta la domanda di professioni non qualificate (+11%). “La manodopera che viene ricercata è sempre più con qualifica bassa – osserva Monica Stelloni, presidente dell’Irpet -, mentre si riducono i numeri per le qualifiche alte e medie. Questo è un dato preoccupante perché invece fa capire che dobbiamo andare in un’altra direzione, dove si fa innovazione”.
Infatti, secondo quanto rileva Ebret nel rapporto, le imprese che hanno innovato negli ultimi tre anni crescono del 3,5%, contro il -1,2% di quelle statiche. Ancora meglio vanno le aziende che combinano innovazione organizzativa e di prodotto, con una crescita del 10,1%. Anche i giovani fanno la differenza: le imprese guidate esclusivamente da under 35 crescono dell’8,2%, mentre quelle con presenza maggioritaria di giovani nel nucleo imprenditoriale segnano un +4,5%.
Col Medio Oriente il fatturato rischia il segno meno
I primi dati del 2026 confermano le preoccupazioni: nei primi quattro mesi dell’anno, la Toscana è diventata la regione italiana con il più alto ricorso al Fondo di Solidarietà Bilaterale (Fsba), con 6,4 milioni di euro erogati. L’impennata delle richieste, cresciute del 35% nel solo mese di aprile, è trainata dal settore metalmeccanico e orafo, quest’ultimo penalizzato dal blocco delle esportazioni verso i mercati medio-orientali. E proprio la guerra in Medio Oriente ha spinto Ebret a disegnare tre scenari possibili.
“C’è uno scenario che riguarda una dissoluzione veloce del conflitto – sostiene Riccardo Perugi, ricercatore dell’Ebret -, ma questo ormai è superato: prevedevamo una diminuzione molto limitata del fatturato, a -0,3%. C’è poi uno scenario che considera un conflitto che dura, però che ha una portata circoscritta: in quel caso scenderemmo a -1,3%. Nel caso invece gli esiti del conflitto dovessero perdurare nel tempo e anche avere una portata più ampia dal punto di vista geografico, arriveremmo a -3,3%. Quindi le situazioni sono molto differenziate. E teniamo conto che nello scenario del -0,3% otto settori su 14 hanno un risultato positivo, mentre nello scenario peggiore tutti e 14 i settori vanno in negativo, quindi ci sono anche delle ripercussioni all’interno delle singole filiere”.
Leonardo Testai