“Tra restrizioni, mancanza di supporto e competizione esterna, l’intero settore della pesca toscana è oggi a rischio. Abbiamo urgente bisogno di un piano locale con le istituzioni per tornare a metterlo in sicurezza”. Lo afferma Andrea Bartoli, vicepresidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Toscana, commentando i dati diffusi da Fondo Sviluppo sull’andamento 2025 del comparto. Il settore rappresenta il 20,5% delle cooperative agroalimentari attive in Toscana, ma l’indice di rischio economico e finanziario si attesta al 43%, tra i più alti dell’intero comparto agroalimentare cooperativo regionale.
Le circa 450 imbarcazioni attive nelle acque della Toscana sono per lo più piccole unità sotto i 10 metri, a gestione familiare, con un’età media superiore ai 40 anni. Operano senza gli investimenti necessari per rinnovarsi e con spazi di mare progressivamente ridotti da vincoli di ogni tipo: impianti energetici, condotte sottomarine, zone militari, aree portuali e parchi eolici offshore. “Le attività di pesca in Toscana sono fortemente sotto pressione: i vincoli sono sempre di più e le nostre imbarcazioni sono in forte calo”, spiega Bartoli.
Il bando Feampa e la concorrenza delle flotte esterne
A complicare il quadro interviene il bando Feampa – il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura – che incentiva la cessazione definitiva dell’attività e rischia di accelerare un’ulteriore ondata di dismissioni. Nel frattempo, pescherecci provenienti da altre regioni frequentano le acque toscane per la cattura di specie ad alto valore commerciale come tonno rosso, gambero rosso e pesce spada, mentre le restrizioni continuano a ricadere quasi esclusivamente sugli operatori locali. Il risultato è che oggi oltre il 70% del pesce consumato in Italia arriva dall’estero.
“Quello che chiedono i pescatori toscani non è l’abolizione delle aree protette o la deregolamentazione del mare”, precisa Bartoli. “E’ un piano di gestione locale, costruito insieme a pescatori, biologi marini, enti locali e istituzioni, che sappia conciliare tutela ambientale e sopravvivenza della filiera ittica, che, se scomparisse, difficilmente potrebbe tornare”. (lt)