Il satellite europeo FLEX, equipaggiato con lo spettrometro FLORIS realizzato da Leonardo a Campi Bisenzio
Più di vent’anni fa a Livorno si consumò una battaglia che oggi può apparire persino surreale. Paolo Vitelli, patron di Azimut Benetti, voleva rilevare il vecchio Cantiere Orlando e trasformarlo in un polo per la costruzione di grandi yacht. Una parte della città insorse. In quel luogo simbolo delle lotte operaie, dove per generazioni erano state costruite navi, sarebbero arrivate le barche dei miliardari. Quasi una profanazione.
La storia ha poi dato il suo responso. Da quei cancelli entrano ogni giorno circa 1.500 persone: operai, tecnici, artigiani, progettisti, che senza quella scelta coraggiosa forse oggi non avrebbero un lavoro.
A Firenze le Officine Galileo lavoravano per la Marina già alla fine dell’Ottocento: ottica, telemetri, periscopi. Nel 1980 si trasferirono a Campi Bisenzio e alla fine del secolo i loro due settori trainanti erano il militare e lo spazio. Da quella storia industriale si arriva, attraverso Galileo Avionica e Selex, alla Leonardo di oggi.
E qui la storia ci regala un particolare gustoso. Nel 2021, quando si parlò della possibile vendita di Oto Melara da parte di Leonardo alla francese Knds, fu proprio la Fiom-Cgil fiorentina a lanciare l’allarme per le possibili conseguenze sullo stabilimento di Campi Bisenzio. Il motivo? Secondo il sindacato, circa l’80% dei prodotti realizzati a Campi era sviluppato per Oto Melara. Il timore era che il passaggio dell’azienda a un gruppo straniero potesse portarsi dietro commesse, produzioni e posti di lavoro.
Niente di scandaloso, naturalmente. Anzi. Un sindacato fa il suo mestiere quando difende il lavoro. Ma quell’episodio dovrebbe suggerire un po’ di prudenza a chi oggi sembra spaventarsi davanti alla parola «difesa». Perché quando c’è il rischio che quelle produzioni se ne vadano, improvvisamente ci ricordiamo tutti che dietro un radar o un sistema militare non c’è un concetto astratto: ci sono lavoratori, famiglie e stipendi.
Dunque fa un certo effetto assistere oggi all’acceso dibattito sulla proposta di creare proprio nella Piana fiorentina un distretto dell’aerospazio e della difesa.
C’è una parola che sembra diventata impronunciabile: difesa. Meglio dire sicurezza. Suona meglio, rassicura. Ma sicurezza da cosa? Se proteggo una rete informatica da un attacco o un aeroporto da un drone, sto facendo sicurezza precisamente perché sto facendo difesa.
Difendersi non è qualcosa di cui vergognarsi. È un diritto. La Costituzione arriva a definire la difesa «sacro dovere del cittadino». Una democrazia deve poter difendere i propri cittadini, le proprie infrastrutture, le proprie reti e la propria libertà. E non ci si difende con i discorsi. Servono radar, satelliti, droni e sistemi anti-drone, cybersecurity, sistemi navali e subacquei. E, talvolta, anche armi e munizioni.
Qualcuno queste cose dovrà pur progettarle e costruirle. Possiamo lasciare che siano altri a farlo, per poi comprarle da loro. Oppure possiamo domandarci se abbia senso sfruttare le competenze che la Toscana ha costruito in oltre un secolo di intreccio fra industria, università e ricerca.
È esattamente la questione che si pone oggi a Firenze. Leonardo ha manifestato la volontà di far crescere le proprie attività in Toscana e il suo presidente Francesco Macrì ha rilanciato la proposta di creare un distretto dell’aerospazio: un ecosistema che significa satelliti, fotonica, sensoristica, elettronica avanzata, cybersecurity. Basta ricordare che proprio dai laboratori Leonardo di Campi Bisenzio sono uscite tecnologie imbarcate sui satelliti europei destinati a studiare vegetazione, atmosfera, mari, incendi e cambiamento climatico.
Confindustria Toscana Centro e Costa sostiene il progetto, insieme a un variegato arco di forze del mondo produttivo, dalla Camera di Commercio alla Cisl. Sono arrivati applausi, ma anche qualche levata di scudi. Il segretario toscano del Pd Emiliano Fossi ha giudicato «assolutamente fuorviante» legare il rilancio industriale alla trasformazione delle imprese verso la produzione bellica. Aerospazio e cybersecurity sì, economia di guerra no.
Ma è proprio qui che il confine diventa scivoloso. Perché radar, satelliti, sensori, software, fotonica e intelligenza artificiale possono servire a un ospedale, a monitorare un bosco oppure a proteggere un’infrastruttura o un sistema militare. Molte delle tecnologie sulle quali si gioca la competizione industriale contemporanea sono ormai, per definizione, “dual use”: possono cioè avere impieghi civili e militari.
Persino la Fiom-Cgil, che non può essere sospettata di entusiasmo per l’industria bellica, ha scelto una posizione più pragmatica: per ora ci sono dichiarazioni, ha osservato; quando arriveranno investimenti concreti saranno valutati sulla solidità del progetto industriale, sulla qualità dell’occupazione, sulle condizioni di lavoro e sulla tipologia delle produzioni. Un metodo ragionevole: prima vediamo gli investimenti, poi giudichiamoli.
Dividere con l’accetta industria civile e industria della difesa appartiene sempre più al passato. Le radici di Internet stanno anche in Arpanet, il progetto finanziato dall’agenzia di ricerca del Dipartimento della Difesa americano. Il Gps nasce come sistema militare prima di entrare nelle automobili e negli smartphone. Radar, microelettronica, comunicazioni satellitari e sensoristica hanno conosciuto enormi accelerazioni grazie agli investimenti della difesa.
È una contaminazione che l’Europa ha ormai assunto come politica industriale. Mentre in Toscana discutiamo se sia incauto pronunciare la parola «difesa», Bruxelles sta costruendo una nuova politica industriale proprio intorno a difesa, sicurezza e tecnologie dual use. Con Readiness 2030 l’Europa punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro. Il programma Safe mette a disposizione 150 miliardi di prestiti per investimenti comuni. Il Fondo europeo per la difesa finanzia ricerca e sviluppo su tecnologie avanzate. E nel 2026 l’European Innovation Council è stato aperto anche al “dual use” e alla difesa.
Quei soldi finiranno da qualche parte: nei territori capaci di organizzare filiere industriali, collegare grandi e piccole imprese, università e ricerca, attrarre investimenti e presentare progetti.
La Toscana possiede già quasi tutti questi ingredienti. Possiamo permetterci di rinunciare? Ed è questo, alla fine, il punto. La Toscana da anni si domanda come fermare l’emorragia della propria manifattura. Soffrono moda e automotive, cerchiamo investitori, parliamo di reindustrializzazione, ci domandiamo quali saranno le fabbriche e i lavori del futuro.
Poi arriva una grande impresa, trova qui competenze costruite in decenni, una rete di aziende tecnologiche, università e centri di ricerca e dice: possiamo crescere. Davvero la prima domanda deve essere se possiamo chiamarla difesa?
Ai tempi della riconversione dello storico Cantiere Orlando di Livorno, ero un giornalista del Tirreno e l’allora direttore Bruno Manfellotto per spingere l’operazione vergò un editoriale magistrale titolandolo: «Non bisogna avere paura del lusso». Perché il lusso, aggiunse, apparecchia la tavola dei lavoratori – come poi è accaduto.
Ecco, forse oggi bisogna avere il coraggio di aggiungere che non bisogna avere paura neppure della difesa. Perché radar, satelliti, droni, sistemi cyber e sistemi d’arma verranno comunque progettati e costruiti: se non li faremo noi, li farà qualcun altro.
Lasciamo pure all’ideologia il compito di scegliere le parole. Alla politica industriale chiediamo di occuparsi delle cose. Perché se avremo paura persino della parola «difesa», i sistemi di difesa continueranno comunque a essere costruiti. Solo che, insieme a loro, saranno costruiti altrove anche le fabbriche, i brevetti e i posti di lavoro.
Cristiano Meoni