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28 aprile 2026

Bonus per assumere giovani e donne e aumenti contrattuali: le novità del decreto Primo Maggio

Le misure all’esame del Consiglio dei ministri. Previsto l’esonero totale dalla contribuzione per 2 anni. Forfait per i contratti scaduti da più di un anno.

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Novità in vista per le aziende che intendono assumere. Il nuovo Decreto Primo Maggio, atteso in Consiglio dei ministri per oggi pomeriggio martedì 28 aprile, mette mano in modo significativo alle politiche del lavoro, concentrandosi su tre direttrici: incentivare le assunzioni stabili di donne e giovani e introdurre un meccanismo per evitare che i salari restino fermi troppo a lungo quando i contratti collettivi scadono. Il tutto con una dotazione complessiva di circa 900 milioni e con un’impostazione che punta a rafforzare l’occupazione a tempo indeterminato.

Un chiarimento però è fondamentale: gli incentivi per donne e giovani non partono da zero. Si tratta di strumenti già esistenti, introdotti negli ultimi anni e più volte prorogati, ma spesso con scadenze ravvicinate e regole stratificate. In particolare, il bonus per i giovani under 35 era in scadenza a fine aprile. Il decreto interviene proprio per evitare un vuoto normativo e, allo stesso tempo, riscrivere e potenziare il sistema, rendendolo più stabile e, in alcuni casi, più generoso. Resta un discrimine tra le aziende che operano in regioni dove è presente la Zes unica e quelle delle altre regioni, come la Toscana. Ma entriamo nel dettaglio delle misure.

Più forti gli incentivi per assumere donne

Sul fronte dell’occupazione femminile, il decreto conferma e rafforza una misura già presente, puntando su uno sgravio contributivo molto ampio. Le aziende che assumono donne a tempo indeterminato potranno beneficiare di un esonero totale dai contributi previdenziali per due anni. In termini concreti, lo sgravio può arrivare fino a 650 euro al mese per ogni lavoratrice assunta, che salgono a 800 euro nel caso di residenza nelle regioni del Mezzogiorno incluse nella Zes unica. In Toscana dunque, regione non ricompresa nella Zes, il tetto è di 650 euro al mese.

La platea resta mirata: donne senza un impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, oppure da 12 mesi se appartenenti a categorie considerate svantaggiate — ad esempio giovani, over 50, persone senza diploma o occupate in settori con forte disparità di genere. Più che una novità assoluta, si tratta quindi di una estensione rafforzata di strumenti già utilizzati, con l’obiettivo di renderli più efficaci.

Restano anche i vincoli: l’assunzione deve essere stabile, deve comportare un aumento reale dell’occupazione e non deve essere preceduta da licenziamenti recenti. Paletti pensati per evitare abusi e garantire che l’incentivo produca nuova occupazione.

Giovani, incentivo riscritto e più stabile

È soprattutto sul fronte dei giovani che il decreto segna un cambio di passo più evidente. Anche qui si parte da una misura già esistente, ma destinata a esaurirsi a breve. Il provvedimento la proroga e la riorganizza, trasformandola in uno strumento più stabile almeno fino al 2026.

Per le assunzioni a tempo indeterminato è previsto uno sgravio contributivo del 100% per due anni, con un tetto di 500 euro al mese (in Toscana), che può salire a 650 euro nelle regioni del Centro-Sud. Rispetto al passato, quando lo sconto poteva essere parziale (ad esempio al 70%), si punta ora a una formula più semplice e più forte.

Il target resta quello degli under 35 senza lavoro da almeno 24 mesi, oppure da 12 mesi se in condizioni di svantaggio. Anche in questo caso, però, non è una liberalizzazione totale: sono esclusi alcuni rapporti di lavoro come il domestico e l’apprendistato, e restano le condizioni sull’incremento occupazionale e sull’assenza di licenziamenti recenti.

Nel complesso, quindi, più che una misura nuova si tratta di una evoluzione degli incentivi esistenti, con l’obiettivo di renderli meno intermittenti e più prevedibili per le imprese.

Salari, scatta il meccanismo anti-stallo

La novità più delicata riguarda invece i salari e i contratti collettivi. Il decreto prova a intervenire su un problema strutturale del sistema italiano: i lunghi tempi di rinnovo dei contratti nazionali, che spesso lasciano le retribuzioni ferme per anni.

La soluzione individuata è un meccanismo di adeguamento automatico. Se un contratto collettivo scade e non viene rinnovato entro 12 mesi, le retribuzioni dovrebbero essere aggiornate in base all’inflazione (indice IPCA), anche se solo in parte: l’aumento non potrà superare il 50% dell’inflazione annua. Si tratterebbe quindi di un’anticipazione, una sorta di tutela minima per i lavoratori in attesa del rinnovo.

La norma si applicherebbe ai contratti che scadranno dopo l’entrata in vigore del decreto, mentre per quelli già scaduti l’effetto slitterebbe al 2027. Resta però una misura ancora incerta, segnalata nella bozza circolata ieri come a rischio.

Stop ai contratti “pirata” per ottenere gli incentivi

A fare da sfondo alle tre misure c’è un principio destinato ad avere effetti rilevanti: per accedere agli incentivi, le aziende dovranno garantire ai lavoratori un trattamento economico non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi “leader”, cioè quelli firmati dalle organizzazioni più rappresentative.

In altre parole, non sarà possibile ottenere sgravi applicando contratti con salari più bassi rispetto agli standard del settore. È un tentativo di rafforzare indirettamente le tutele salariali e limitare il ricorso ai cosiddetti contratti “pirata”. (em) (notizia in aggiornamento)

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