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20 giugno 2026

La Toscana, un vagone che si stacca dal treno delle regioni più avanzate

L’editoriale del direttore. Dall’impietosa indagine di Bankitalia allo sciopero generale del 9 luglio: passare dall’analisi condivisa all’azione mirata.

Cristiano Meoni
La Toscana vista dal satellite Envisat dell'Esa

La Toscana vista dal satellite Envisat dell'Esa

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sull’economia toscana presentato l’8 giugno avrebbe dovuto provocare un terremoto politico. Non è successo nulla. 

Eppure in quelle pagine è scritto, nero su bianco, che la Toscana cresce meno della media nazionale, investe troppo poco nelle tecnologie avanzate, fatica a inserirsi nelle filiere ad alta innovazione e continua a soffrire di un problema storico di produttività. Tradotto dal linguaggio degli economisti: la Toscana rischia di perdere il treno delle regioni più avanzate del Paese. 

Anzi, il dato più inquietante è forse un altro. Quel treno non è nemmeno quello del Nord. Come hanno detto i ricercatori di Bankitalia, è quello del Centro-Nord Italia, il gruppo di testa dal Lazio in su al quale la Toscana ha sempre appartenuto e nel quale oggi fatica sempre di più a mantenere la propria posizione. 

L’immagine che emerge dal rapporto è quella di un vagone che si sta lentamente staccando dal convoglio. Una progressiva perdita di competitività. 

Eppure il dibattito pubblico continua a oscillare tra autoconsolazione e gestione dell’emergenza. Ci si aggrappa alla crescita dell’export (+ 30,2% nel primo trimestre 2026) senza osservare che una parte importante di quel risultato è legata alla rivalutazione dell’oro esportato e alle performance straordinarie di una singola azienda farmaceutica. Si continua a raccontare la crisi della moda, quella della pelle, quella della meccanica, quella dell’automotive e quella della siderurgia come problemi distinti, quasi indipendenti l’uno dall’altro. 

Ma forse quelle che stiamo osservando non sono tante crisi separate, ma i sintomi di una stessa malattia. 

È in questo contesto che va letto lo sciopero generale dell’industria proclamato da Cgil, Cisl e Uil Toscana per il 9 luglio. Non è, almeno non principalmente, uno sciopero contro la controparte datoriale. Certo, nel documento sindacale non mancano richiami alle responsabilità dei grandi gruppi. Ma la vera notizia è un’altra. 

Per la prima volta dopo molto tempo sindacati e imprese stanno dicendo sostanzialmente la stessa cosa: che il rischio di un progressivo depauperamento del sistema manifatturiero toscano è reale. Stanno dicendo che non bastano più i tavoli di crisi, i bandi generalisti calati dall’alto, gli interventi a pioggia. Stanno chiedendo cioè una politica industriale. 

La Regione Toscana, va riconosciuto, non è rimasta immobile. Ha gestito vertenze difficili, accompagnato crisi aziendali, cercato soluzioni per imprese e lavoratori.  

Ma gestire le crisi non equivale a governare il cambiamento. Ed è qui che emerge il vero limite dell’azione pubblica. Mentre sindacati, imprenditori e persino Bankitalia parlano di innovazione, produttività, investimenti e filiere strategiche, la politica continua a muoversi prevalentemente sul terreno dell’emergenza. Come se si trovasse di fronte a una serie di problemi aziendali e non a una trasformazione profonda del sistema economico regionale. 

Si fatica perfino a pronunciare una parola che molti operatori economici utilizzano ormai apertamente: deindustrializzazione. 

Sul fronte nazionale il silenzio è ancora più assordante. Prendiamo il caso della moda: attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi trent’anni e sembra quasi assente dall’agenda del governo. Eppure rappresenta il cuore produttivo dell’economia italiana. Quanti ministri o sottosegretari si sono visti a Pitti Uomo? Nessuno. Ma non mancano mai al Salone del Mobile o al Vinitaly. 

Commentando il rapporto congiunturale il direttore della sede fiorentina della Banca d’Italia, Vito Barone, ha sintetizzato il problema in poche parole: la Toscana ha un ritardo nell’innovazione ma per sostenere gli investimenti nelle tecnologie avanzate servono capitale di rischio e interventi pubblici mirati, non aiuti dispersi in una miriade di piccoli rivoli. È un concetto che ritorna ovunque: nelle analisi degli industriali, nelle richieste dei sindacati, nelle riflessioni degli economisti, perfino nella parte politica che governa la Regione (il segretario del Pd toscano Emiliano Fossi). Tutti sembrano indicare la stessa direzione. 

È un fatto insolito. E forse proprio per questo meriterebbe di essere ascoltato. Perché la sensazione è che la Toscana stia affrontando una sfida straordinaria con strumenti ordinari. Mentre servirebbe un cambio di passo, una scelta, una visione. Qualcosa più di una convocazione a un tavolo: un vero piano per la competitività industriale della Toscana, capace di concentrare risorse, individuare priorità, accompagnare l’innovazione e rafforzare le filiere strategiche. 

La domanda che la politica dovrebbe porsi è semplice: come vogliamo che sia la Toscana tra dieci anni? 

Continuare a rinviare la risposta significa accettare il rischio che quel vagone continui lentamente ad allontanarsi dal treno. E quando ce ne accorgeremo, potrebbe essere troppo tardi. 

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Cristiano Meoni

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