Enrico Bocci, Ceo di Sdipi Sistemi.
Intervista a Enrico Bocci, informatico e formatore, sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale tra aziende, lavoro e cultura digitale.
L’intelligenza artificiale è una delle tecnologie più rivoluzionarie degli ultimi decenni. Ma è davvero una minaccia per il lavoro o un’opportunità che sa coglierla? Ne parliamo con Enrico Bocci, informatico, imprenditore – da 40 anni – e formatore, da sempre attivo nei processi di innovazione.
Come definirebbe oggi l’intelligenza artificiale, in parole semplici?
L’intelligenza artificiale è, prima di tutto, uno strumento di supporto. Chiunque può utilizzarla anche per attività quotidiane da ufficio: scrivere un testo, generare una presentazione, analizzare dati, automatizzare attività ripetitive. Amplifica la produttività, ma bisogna saperla usare, altrimenti si rischia di subirla e di non governarla. E a chi ha paura che tolga lavoro, io rispondo: se lo farà, sarà solo a chi non vorrà coglierne le potenzialità
Dalla sua esperienza di piccolo imprenditore, l’IA è utile anche per le aziende di dimensioni ridotte?
È diventata essenziale. L’IA può essere paragonata a un collaboratore digitale, sempre operativo, capace di affiancare le persone nel lavoro quotidiano. Ma per integrarla nei processi aziendali serve un cambio di mentalità; perché con la sua introduzione l’organizzazione si trasforma, non sarà più solo gerarchica, ma distribuita anche per competenze. L’IA va vista come una risorsa da gestire, non come un estraneo. Purtroppo, in molte realtà manca ancora questa consapevolezza.
In quali ambiti può fare concretamente la differenza?
In tantissimi. Faccio spesso esempi semplici: un elenco scritto male su carta può diventare un foglio Excel ordinato in pochi secondi grazie all’IA. Ma si possono anche realizzare verbali, slide, riassunti, email, documenti tecnici. Quello che conta è sapere cosa chiedere e avere un minimo di padronanza degli strumenti. L’intelligenza artificiale risponde bene ed è funzionale agli scopi solo se “guidata” bene.
Ogni nuova tecnologia porta con sé anche dei rischi, quali sono, secondo lei, quelli da non sottovalutare nell’uso dell’intelligenza artificiale?
Il primo è il ritmo di aggiornamento. Le tecnologie cambiano continuamente, ed è facile restare indietro se non si è pronti ad aggiornarsi velocemente. L’altro rischio riguarda i dati: molte IA utilizzano sistemi esterni. Bisogna essere consapevoli di cosa si condivide e dove finiscono le informazioni. Non tutte le aziende sono preparate a gestire questo aspetto.
Serve avere grande attenzione. Quando si utilizzano strumenti di IA, non si dovrebbero mai inserire dati sensibili o aziendali, a meno di sapere esattamente come verranno trattati. Molti sistemi elaborano i dati su server esterni, spesso fuori dall’Unione Europea. Il GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati) ci impone regole precise, ma spesso gli strumenti più diffusi sono americani o cinesi, e questo complica il controllo. La cautela, in questo caso, è essenziale.
Quanto conta la formazione?
È fondamentale. Non servono specialisti in algoritmi, ma persone in grado di usare questi strumenti in modo intelligente. Oggi è possibile ottenere in pochi minuti una presentazione, un report, una bozza ben fatta. Ma serve sapere cosa chiedere, come impostarlo, come interpretare i risultati. La formazione serve sia ai dipendenti sia ai manager: non si può affrontare questo cambiamento senza preparazione.
Che consiglio darebbe a un imprenditore che vuole avvicinarsi all’intelligenza artificiale?
Iniziare con semplicità. Non serve partire da grandi progetti. L’esperienza pratica è il primo passo per capire cosa può fare davvero. L’esperienza vera si costruisce con il tempo. Inoltre, è importante confrontarsi con realtà che hanno già sperimentato l’uso dell’intelligenza artificiale, aggiornarsi con corsi, valutare gli strumenti con criterio. Solo così l’intelligenza artificiale diventa per l’impresa una leva strategica reale. (AP)