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21 marzo 2026

L’invasione delle merci cinesi (più 32% in un anno) è il segno di un’Europa debole

Il commento del direttore. Deficit commerciale “monstre”: paghiamo la scelta di tenere aperti i mercati mentre l’America li chiude.

Cristiano Meoni

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Nel 2025 le esportazioni cinesi verso l’Europa sono cresciute del 32%. Non è una semplice variazione congiunturale, ma un segnale strutturale allarmante. Indica che qualcosa si è rotto negli equilibri del commercio globale e che l’Europa, più di altri, ne sta subendo le conseguenze. 

Di tutto questo dobbiamo ringraziare una sola persona: Donald Trump, che alzando le barriere doganali – nell’infausto Liberation Day del 2 aprile 2025 – e imponendo alla Cina dazi fino al 145 per cento ha dirottato la marea di prodotti cinesi sul resto del mondo, Europa in primis.

Quei 300 miliardi di dollari di deficit commerciale

Da anni il rapporto commerciale tra Unione Europea e Cina è sbilanciato: l’Europa importa molto più di quanto esporti, con un deficit che supera i 300 miliardi di dollari. Numeri che fotografano una dipendenza crescente, costruita nel tempo attraverso la delocalizzazione produttiva e la ricerca sistematica di costi più bassi. 

Ma oggi il quadro è cambiato. I prodotti che arrivano dalla Cina non sono più soltanto beni a basso valore aggiunto, come quelli contenuti nei famosi “pacchi” fino a 150 euro di valore che l’Italia ha iniziato a tassare dal 1° marzo (soprattutto abbigliamento). Sono componenti elettronici, tecnologie, macchinari, veicoli elettrici, arredi. In altre parole, sono gli stessi che producono le nostre imprese esportatrici, che però non godono dei vantaggi del dumping salariale e ambientale.

Chiusura contro apertura, due opposte visioni

A rendere ancora più evidente questo squilibrio è il confronto con gli Stati Uniti. Washington ha scelto una linea esplicitamente protezionistica, imponendo dazi sui prodotti cinesi che arrivano, per alcune categorie, a livelli proibitivi. L’obiettivo è chiaro: rendere antieconomica l’importazione dalla Cina e difendere la propria base industriale. 

L’Europa, al contrario, ha scelto di restare un mercato relativamente aperto. Ed è proprio questa apertura ad averla trasformata nel principale sbocco alternativo per l’export cinese. La storia insegna che quando altri mercati si chiudono, i flussi commerciali non scompaiono: si spostano.  

Italia-Cina, il saldo negativo di 43 miliardi di euro

Qualche dato per rendere evidente il concetto. L’Europa è diventato il primo mercato per le merci cinesi, superando gli Stati Uniti. E l’Italia è tra gli sbocchi preferiti: il nostro disavanzo commerciale con la Cina nel 2025 ha raggiunto i 43 miliardi di euro, il doppio di quant’era sei anni fa. E il 2026 è iniziato confermando il trend: tra gennaio e febbraio, secondo i dati delle Dogane cinesi, le esportazioni del Made in China sono aumentate del 22% rispetto allo stesso periodo del 2025, e il surplus cinese verso il resto del mondo è salito a 213,6 miliardi di dollari, superando i 169,2 miliardi del primo bimestre 2025. Cifre pazzesche considerato che si riferiscono a soli due mesi. 

L’invasione dei prodotti cinesi non è uno slogan buono per imprenditori arrabbiati e spaventati, è una realtà confermata dai numeri che la politica non ha saputo fronteggiare.

Il bisogno vitale di smaltire la sovracapacità produttiva

I dazi imposti da Trump sono stati solo l’innesco di un fenomeno che trova origine nella necessità dell’economia cinese di esportare per smaltire la sua acclarata sovracapacità produttiva in diversi settori industriali. Negli ultimi anni Pechino ha sostenuto massicciamente la produzione, alimentando un sistema in grado di generare più beni di quanti il mercato interno riesca ad assorbire. In questo contesto, l’export non è solo una scelta strategica: è un bisogno vitale e allo stesso tempo una precondizione di pace sociale e stabilità politica. 

La combinazione tra domanda interna debole e capacità produttiva elevata spinge le imprese cinesi a cercare sbocchi all’estero, spesso attraverso politiche di prezzo molto aggressive. Il risultato è una pressione crescente sui mercati europei, dove le imprese locali si trovano a competere non solo con chi può contare su costi più bassi, ma con un intero modello industriale sostenuto da politiche pubbliche e fondato spesso sulla disparità di condizioni.

L’incapacità europea di difendere i propri interessi

Ma il problema non è solo la Cina. La Cina fa esattamente ciò che un regime autocratico e dirigista farebbe: difende il proprio modello, sostiene la propria industria, cerca sbocchi per la propria produzione. Il problema è l’Europa. È la sua incapacità di riconoscere che il commercio internazionale non è un campo neutrale, ma un terreno di confronto tra modelli economici e politici. 

Continuare a parlare di “libero mercato” mentre si assorbe la sovrapproduzione di un’altra economia significa rinunciare a governare i propri interessi. Significa accettare che altri decidano cosa produciamo, cosa importiamo e, in ultima analisi, quale spazio resta alla nostra industria. 

Il +32% dell’export cinese verso l’Europa in un solo anno è un avvertimento. E ignorarlo, ancora una volta, sarebbe una scelta. 

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Cristiano Meoni

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