La Toscana forma capitale umano, attira studenti da tutta Italia e aumenta il numero dei giovani laureati. Ma quando arriva il momento di entrare nel mercato del lavoro, una parte consistente di quel patrimonio prende un’altra strada. Non perché i giovani toscani fuggano in massa, ma perché il sistema economico regionale non riesce ancora a inglobare i talenti formati nelle università di Firenze, Pisa e Siena e trasformare la propria forza universitaria in un vantaggio competitivo duraturo.
È questa la fotografia che emerge dalle elaborazioni Irpet realizzate attraverso il Sistema informativo Università toscane, la banca dati costruita dalla Regione Toscana insieme agli atenei di Firenze, Pisa e Siena. Lo strumento segue i percorsi occupazionali dei laureati usciti dagli atenei toscani tra il 2010 e il 2023 e consente di osservare, per la prima volta con questo livello di dettaglio, dove lavorano, con quali contratti e in quali settori.
Il primo dato racconta una regione che progredisce nella crescita del grado di istruzione dei propri giovani. Tra i giovani di 30-34 anni la quota di laureati è passata dal 22% del 2011 al 33% del 2024, superando la media nazionale, ferma al 31%. Gli atenei toscani continuano inoltre ad attrarre studenti da fuori regione: il 69% dei laureati risiede in Toscana, mentre il restante 31% arriva da altre aree del Paese.

Vengono in Toscana a studiare e poi tornano via
La vera novità emerge però osservando cosa accade dopo la laurea. Tra i laureati che iniziano a lavorare fuori Toscana, il 71% era già residente fuori regione prima dell’iscrizione all’università. Solo il 29% è composto da giovani toscani che scelgono di costruire la propria carriera altrove. È un dato che modifica la narrazione della cosiddetta “fuga dei cervelli”: il problema non è soltanto la perdita di giovani residenti, quanto la difficoltà della Toscana nel trattenere gli studenti che riesce ad attrarre durante il percorso universitario.
La mobilità, inoltre, non riguarda tutti allo stesso modo. I laureati dei percorsi tecnologici sono quelli che si spostano di più. Nel gruppo di Ingegneria e Tecnologie ICT, il 44% inizia la carriera fuori regione, più del doppio rispetto ai laureati di Educazione e Formazione, che si fermano al 20%. Sono proprio le professionalità oggi più richieste dall’industria digitale e manifatturiera ad avere la maggiore propensione alla mobilità.

Fuori dalla regione opportunità più favorevoli
La spiegazione è probabilmente anche nella qualità del lavoro offerto. Le elaborazioni Irpet mostrano che il mercato extraregionale garantisce condizioni di inserimento mediamente più favorevoli. Tra chi lavora fuori Toscana, la quota di contratti stabili raggiunge il 41,4%, mentre tra chi rimane in regione si ferma al 32,4%. Un differenziale di nove punti percentuali che suggerisce una maggiore capacità di altri sistemi produttivi di valorizzare il capitale umano qualificato.
Anche la struttura della domanda di lavoro racconta una regione ancora sbilanciata. Il 78,8% dei laureati under 35 trova il primo impiego nel terziario, mentre la manifattura ne assorbe soltanto il 16,3%. Eppure è proprio l’industria a offrire le condizioni migliori: il 44,2% dei laureati impiegati nella manifattura ottiene un contratto stabile, contro il 29,8% del terziario.
Lavoro più stabile nei settori più tecnologici
Dentro il manifatturiero spiccano i comparti a maggiore intensità tecnologica. La metalmeccanica presenta una quota di contratti stabili superiore al 53%, mentre la chimica-farmaceutica supera il 41%. Nei servizi, invece, convivono realtà molto diverse: la sanità e la pubblica amministrazione garantiscono una buona stabilità, mentre istruzione, turismo e ristorazione continuano a registrare livelli più elevati di precarietà. L’Ict rappresenta ancora una quota limitata dell’occupazione regionale (5,4% dei laureati), ma si distingue per la qualità del lavoro: quasi un assunto su due entra con un contratto stabile.
Anche i tempi di inserimento confermano una transizione graduale. Entro un anno dalla laurea il 58% dei laureati ha almeno un avviamento al lavoro dipendente; la quota sale al 64% entro tre anni e raggiunge il 72% entro cinque. All’inizio prevalgono i contratti a termine (36%) e i tirocini (27%), ma dopo cinque anni quasi la metà dei laureati è occupata con un contratto stabile.

La buona università non basta
Il quadro restituisce una Toscana che funziona bene nella formazione, meno nella valorizzazione del capitale umano. Le università producono competenze e continuano ad attrarre studenti anche da fuori regione. Il sistema produttivo, invece, concentra ancora la domanda nei servizi tradizionali e fatica a sviluppare una massa critica di imprese innovative capace di assorbire i profili più qualificati. È proprio in questo divario tra la capacità di formare talenti e quella di trattenerli che emerge una delle principali sfide per la Toscana.
Verdiana Corbianco